Monthly Archives: settembre 2009

Limbico – 2

Ammetto che un po’ me lo aspettavo. Era quell’altra cosa.
Il presagio mi veniva da un suo racconto vago: mi aveva detto di un soggiorno recente presso una casa di cura particolare, un luogo tranquillo dove aveva trovato pace. Da cosa, non mi era ben chiaro.
A questo punto ero decisa a dare contorni più definiti a quel cosa. Forse non volevo più cercare *** per vederlo – non sapevo nemmeno se avrei potuto vederlo – ma almeno per carpire qualche informazione da un dottore di passaggio, un infermiera, o la sua faccia.

La sua faccia. Come dovrebbe essere la faccia di un matto? E che matto sarà? Potrebbe essere un violento, di quelli che sembrano normali e poi esplodono, forse mi sono cacciata in un guaio, forse dovrei scappare finché sono in tempo, finché non lo conosco, finché non gli voglio troppo bene.
Ho guardato il braccialetto colorato che mi aveva regalato l’altra mattina. Ne aveva presi due da un marocchino che ci aveva impezzati al bar; lui si era legato l’altro al suo polso grande il doppio, poi l’aveva annodato a me, commentando affettuosamente che un braccino così sottile veniva voglia di proteggerlo.

Sono andata all’indirizzo che mi ero fatta dare dall’omino dello sportello. Ho parcheggiato la macchina e ho cercato di orientarmi tra le indicazioni dei vari padiglioni: Oculistica, Prelievi, Padiglione Uno. Psichiatrico non c’era da nessuna parte. Ho raggiunto un enorme pannello nero, con disegnata la mappa di tutta l’area ospedaliera, e accanto una fittissima lista di nomi. P, P, P, Presidio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, eccolo.
Ho pensato che devono aver scelto un nome così perché pare più rassicurante, accanto a “psichiatrico” c’era “diagnosi e cura”, insomma, qualcosa che dà speranza. Di fianco a “Presidio Psichiatrico di Diagnosi e Cura” c’era un quadratino azzurro spento. L’ho cercato nella mappa e corrispondeva all’ingresso che avevo davanti: Padiglione Uno.
Chissà perché non chiamano le cose con il loro nome.

Allo sportello informazioni c’era un signore coi capelli unti che guardava una piccola tv. Non mi ha sentito arrivare, al mio “scusi?” è sobbalzato e ha spento in fretta. Ho detto il nome del paziente che cercavo. Quando l’ha trovato, sul monitor, ha alzato le sopracciglia.
- E’.. ecco… guardi… è di là, a destra, ora in teoria non sarebbe orario di visite, perché vede è.. è…
- E’ allo psichiatrico, lo so.
Cominciava a urtarmi l’onnipresente censura su questo nome. Avevo bisogno di essere rassicurata, non di un impiegato che balbetta.
- Ecco appunto. L’orario è dalle 17.30 alle 18. Però può provare a suonare, guardi giri a destra dopo la fila di sedie…

Dopo la fila di sedie c’era finalmente un’indicazione col nome giusto; l’ho seguita e sono arrivata di fronte a una porta metallica blu, chiusa, con una specie di piccolo oblò su ogni anta. Era ancora l’una, decisamente troppo presto. Sono rimasta in quell’angolo di corridoio senza finestre, un po’ buio, con alcune sedie da sala d’attesa fissate a una parete. Non c’era nessuno.

[...continua...]

Limbico – 1

[Anche questa è una storia, è vera, ma non c'entra con le altre]

Mi sono perfino vestita quasi bene, scendendo dalla macchina ho controllato i capelli nello specchietto, poi ho suonato allo studentato e il portiere mi ha aperto.
- Chi cerchi?
- ***. Non so che stanza sia.
- Ma perché, è tornato?
Dove dovrebbe essere andato?, ho pensato. Si riferirà ancora alle vacanze estive.
- Sì sì, è tornato, cioè l’ho visto una settimana fa…
- No è stato dopo… direi.. tre giorni fa è andato in ospedale.

Sbam.
Ho rapidamente immaginato tutte le scene madri da film, in cui scopri all’improvviso del terribile incidente e ti precipiti a camminare avanti e indietro davanti a una terapia intensiva. Dopodiché mi sono sentita ridicola, magari si è solo rotto una gamba. Oppure è quell’altra cosa… Ma perché ha il cellulare spento?
Sono uscita dallo studentato lentamente, per avere il tempo di elaborare il fatto e il da farsi. Che buffo, l’avevo immaginato quel pranzo arrangiato nella sua cucina, la camera che mi avrebbe fatto vedere – i quadri, diceva, voleva metterci tanti quadri – e poi il giro nel pomeriggio, – aveva detto pranziamo presto, così avremo tempo – magari in un bel posto verde e pacifico, pacifico come il suo modo di parlare.
Ma: cambio di programma, come sempre per le cose immaginate.

L’ospedale più vicino era a pochi minuti. Non mi costava molto andare a controllare – forse era patetico, ci conosciamo appena, perché andare a cercarlo, che direi se lo trovassi?

Ho raggiunto un padiglione a caso. C’era l’indicazione “Informazioni”, una famigliola che chiacchierava sulla panca davanti all’ingresso e una vecchietta su una carrozzella con una flebo dietro. Sono entrata e mi sono avvicinata all’omino dietro allo sportello.
- Scusi, cercavo un paziente, ***
- Un attimo che guardiamo – ha risposto l’omino. – Ah, sì, c’è. Ma… non è qui. – Aveva un’esitazione nella voce. Mi ha guardato con gentile compassione, come per dire “lei questo dovrebbe saperlo: se non lo sa, quante altre cose non sa di lui?”.
- E dov’è?
- Allo psichiatrico.

[...continua...]

Niente da fare

Il Fatto Quotidiano è deludente.

1) Titoli gridati e quasi scandalistici – il che non è un male assoluto (potrebbe essere solo cattivo gusto) ma lo diventa quando, per gridare, si cade nell’approssimazione. E l’approssimazione non è perdonabile a un giornale che deve i suoi abbonamenti alla fama di Travaglio, il vate della pedanteria.

2) Articoli privi di qualsivoglia pluralità di punti di vista. Ho capito che vi documentate e sapete quello che dite, ma se c’è una divergenza di opinioni vorrei sapere anche le opinioni dell’altro. Poi dimostratemi pure che l’altro ha torto; però intanto voglio sapere cosa pensa.

3) Monotematico. La cronaca giudiziaria è interessante, ma l’ultimo inciucio di Gianni Letta mi riguarda meno delle leggi sull’Università, al momento. I fatti ci sono, sì, ma per lo più sono quelli utili ad alimentare la polemica politica, invece che a farci capire le cose.
Travaglio potrebbe spiegare alla perfezione le ultime leggi del Parlamento usando le stesse energie che ha impiegato per trovare le 17 (di numero) citazioni necessarie a dimostrare che D’Alema si è contraddetto.

4) Cattivo gusto e cadute di stile. Nei titoli, come già detto, e non solo. Ho riso, certo, sulla vignetta in cui Berlusconi parla peggio di un livornese, ma non erano propriamente risate compiaciute per la sottigliezza dell’ironia.

A sua discolpa: il Fatto Quotidiano deve “coprire un buco”, dando informazioni che gli altri non darebbero mai; perciò – anche visti i nomi dei giornalisti coinvolti – era prevedibile che si concentrasse sugli ambiti tipicamente afflitti da censura.

Altro punto a favore: i contenuti degli articoli sono, mediamente, molto più concreti e circostanziati di quelli cui siamo abituati, dove bisogna raggiungere metà articolo solo per capire di che diavolo si sta parlando.
A volte, ad esempio, il titolo grida qualche terribile scandalo, il tono dei primi paragrafi sembra convincerti che sì, sei di fronte a un’altra grave ingiustizia, ma poi, se leggi bene fino in fondo, il giornalista ti dà anche tutti i dati per dubitare. Ti urla che il servizio della Iene sugli immigrati uccisi dalla Guardia Costiera è stato oscurato, però riporta pure versioni molto contraddittorie sull’accaduto, chiarisce che il processo è ancora in corso e che via, in fondo pure le Iene stesse hanno convenuto che non è sbagliato aspettare la sentenza prima di mandarlo in onda.

Insomma, c’è qualcosa di buono, ma in fondo, troppo in fondo per un giornale che si millantava rivoluzionario per oggettività. E invece punta allo scandalo come tutti gli altri – se non di più.Il Fatto Quotidiano è deludente.

1) Titoli gridati e quasi scandalistici – il che non è un male assoluto (potrebbe essere solo cattivo gusto) ma lo diventa quando, per gridare, si cade nell’approssimazione. E l’approssimazione non è perdonabile a un giornale che deve i suoi abbonamenti alla fama di Travaglio, il vate della pedanteria.

2) Articoli privi di qualsivoglia pluralità di punti di vista. Ho capito che vi documentate e sapete quello che dite, ma se c’è una divergenza di opinioni vorrei sapere anche le opinioni dell’altro. Poi dimostratemi pure che l’altro ha torto; però intanto voglio sapere cosa pensa.

3) Monotematico. La cronaca giudiziaria è interessante, ma l’ultimo inciucio di Gianni Letta mi riguarda meno delle leggi sull’Università, al momento. I fatti ci sono, sì, ma per lo più sono quelli utili ad alimentare la polemica politica, invece che a farci capire le cose.
Travaglio potrebbe spiegare alla perfezione le ultime leggi del Parlamento usando le stesse energie che ha impiegato per trovare le 17 (di numero) citazioni necessarie a dimostrare che D’Alema si è contraddetto.

4) Cattivo gusto e cadute di stile. Nei titoli, come già detto, e non solo. Ho riso, certo, sulla vignetta in cui Berlusconi parla peggio di un livornese, ma non erano propriamente risate compiaciute per la sottigliezza dell’ironia.

A sua discolpa: il Fatto Quotidiano deve “coprire un buco”, dando informazioni che gli altri non darebbero mai; perciò – anche visti i nomi dei giornalisti coinvolti – era prevedibile che si concentrasse sugli ambiti tipicamente afflitti da censura.

Altro punto a favore: i contenuti degli articoli sono, mediamente, molto più concreti e circostanziati di quelli cui siamo abituati, dove bisogna raggiungere metà articolo solo per capire di che diavolo si sta parlando.
A volte, ad esempio, il titolo grida qualche terribile scandalo, il tono dei primi paragrafi sembra convincerti che sì, sei di fronte a un’altra grave ingiustizia, ma poi, se leggi bene fino in fondo, il giornalista ti dà anche tutti i dati per dubitare. Ti urla che il servizio della Iene sugli immigrati uccisi dalla Guardia Costiera è stato oscurato, però riporta pure versioni molto contraddittorie sull’accaduto, chiarisce che il processo è ancora in corso e che via, in fondo pure le Iene stesse hanno convenuto che non è sbagliato aspettare la sentenza prima di mandarlo in onda.

Insomma, c’è qualcosa di buono, ma in fondo, troppo in fondo per un giornale che si millantava rivoluzionario per oggettività. E invece punta allo scandalo come tutti gli altri – se non di più.

Ecco perché mi sono abbonata al Fatto Quotidiano

(da un commento di un lettore sul blog di Luca Telese – giornalista, come Travaglio, del Fatto Quotidiano)

“Travaglio fa il fascista di sinistra e tu (Telese) fai il comunista di destra, ma entrambi pensate solo ai cazzi vostri”

Forse sono visceralmente attratta da chi sta dove non dovrebbe. (I più acuti noteranno analogie con la mia carriera politico spirituale, sempre coerentemente contraddittoria)

[E se Travaglio si fa i cazzi propri, mi auguro che tutti i giornalisti comincino a farsi i cazzi propri in quel modo.]

Ecco perché a volte amo i ciellini autoironici

[Dopo essermi comprata una scheda wind]

“Ma ci sono anche un sacco di incentivi! Il top è “noi wind tu capo“: dopo 100 sms che contengono la parola “destino”, hai diritto a 5 minuti in cui vedere Widmer* (da una distanza minima di 3 metri, con lui di spalle che parla con almeno altre 2 persone più importanti di te)”

*(acclamato boss ciellino, nonché sbrigativo confessore laico della ciellinità bolognese)

Meritocrazia

[Attenzione: post privo di falsa modestia]

In questi giorni ho avuto due soddisfazioni. Chiamiamole attestazioni di stima. In entrambi i casi, sono stata scelta perché ho dimostrato di meritarmelo, e in entrambi i casi c’è un altro che, invece, non è stato scelto.

Se mi tagliano le gomme saprò perché.

[Quando, con la crisi e tutto, senza che tu l'abbia mai chiesto, qualcuno ti propone sua sponte un lavoro - che il tuo collega mendica inutilmente da anni - puoi tirartela. Mi concedo di tirarmela.]

Ti brillano gli occhi – 3

Claudio era autonomo, e viveva da solo ormai da anni. Non lavorava, ma era comunque impegnato per gran parte del suo tempo, dovendo tener dietro alle sue incombenze fisiche, alla casa, alla spesa da fare – nonché ai cinquanta chilometri che si faceva regolarmente per andare a giocare a basket. Si era comprato due carrozzine – una la teneva sempre in macchina, così perdeva meno tempo in carico e scarico – e uno Scalamax da cinquemila euro.

- Con quello, lo aggancio alla carrozzina e posso salire le scale, basta che un accompagnatore lo tenga per il manico – mi ha spiegato.
L’aveva visto usare in aeroporto ed era corso a vedere come funzionava, poi se l’era comprato.
- Così quando vado a casa di amici non ho mai problemi… a sollevarmi per tre piani di scale magari una volta lo fanno, due, ma sempre poi uno si scoccia… Invece questo lo tengo sempre in macchina così dovunque vada sono libero!

Ho pensato a tutti quelli che rinunciano per la vita ad andare da certi amici, a frequentare certi corsi, visitare certi posti. Ho pensato chi scrive una lettera di protesta se una riunione è inaccessibile, ma intanto non ci va.
Uno Scalamax. La libertà per cinquemila euro.

Guidando verso casa, quella notte, ho pensato agli occhi che brillano. Mi sono chiesta come mai molti mi abbiano detto cose del genere, ma quasi tutti erano gente di quell’ospedale. Mi sono chiesta se sia poi così vero che trasmetto tranquillità, o se non si veda forse soltanto per contrasto, là in mezzo a quella selva di occhi disperati o impauriti o spenti o comunque in stand-by, in attesa di accendersi in tempi migliori. Se gli altri – i miei amici normali – mi vedono più tormentata, o se magari lo sono veramente, fuori dall’ospedale, quando non mi pagano per dare coraggio.
Sarei allora soltanto una buona attrice – eufemismo per ipocrita – o, con più indulgenza, una abbastanza abile a lasciare i sentimenti nella propria scatoletta, quando è il caso?
Ma quando mai.
Ho passato due mesi senza conoscere quasi nessun paziente, per uno sbalzo sentimentale della mia vita fuori. La mamma di Angelo mi sgamava regolarmente ogni volta ch’ero stanca o solo pensierosa, dicendomi che oggi non ero dell’umore. Ho smesso di occuparmi con attenzione dei miei colleghi appena ho capito che erano persone assai lontane dai miei interessi. Mi sono lasciata andare a una sofferta discussione sulla bellezza, riversando sul tavolino del bar tutte le mie ingenue idealità frustrate. Ho frequentato gente che mi era simpatica e ne ho evitata altra che mi faceva paura.

No, decisamente la separazione del lavoro dai sentimenti non faceva per me. E quei sentimenti non erano sempre lucide felicità di ceramica, piuttosto il solito torbido dove conoscersi e rimescolarsi.

Chissà se anche il torbido brilla.

Ti brillano gli occhi – 2

- Ma… ma sai che io ti volevo conoscere – ha sorriso il ragazzo dagli occhiali sottili. Parlava un toscano molto amichevole e tranquillo, screziato solo all’inizio da una nota d’incertezza. – Già l’altro giorno, che ti avevo visto, lui – ha accennato all’amico lì accanto – mi aveva detto di presentarci, ma poi ho detto no vabbè, così dal niente…
- Allora presentiamoci!
Mi sono avvicinata e gli ho stretto la mano. Lui si chiamava Claudio.

- Ecco – ha continuato, come riprendendo il discorso lasciato a metà – volevo conoscerti perché ti brillano gli occhi.

- …Cosa?
- Sì, hai un’aria molto serena, sembri davvero tranquilla, hai questo sorriso, ti vedevo anche prima mentre cantavi…

So che a leggerlo potrebbe sembrare un maldestro tentativo di approccio, ma credetemi, il tono e il contesto non lasciavano dubbi.
Era qualcosa di molto più lusinghiero.

Claudio mi ha raccontato la sua vicenda con una parlantina fluida e divertita, e man mano che andava avanti capivo perché mi aveva subito colpito, e perché il suo commento sulla mia serenità mi era sembrato così diverso da tutti gli altri.
Lui non notava i miei occhi che brillano con l’invidia un po’ incredula di chi non ha più motivi per brillare, e si chiede sconsolato cos’ha lui di meno. Né ardeva della tragica speranza di una madre che, vedendomi, si domanda se il figlio disastrato potrà mai diventare così.
No. Claudio mi aveva riconosciuto: ero una coi suoi stessi occhi.

A quindici anni – faceva già l’agricoltore – iniziò a combattere contro una malattia del midollo spinale. All’inizio solo formicolii e debolezza, poi andò peggiorando a scatti, passando dalle stampelle al deambulatore e infine alla carrozzina.

- Ma io non capisco chi ce l’ha con la carrozzina. Per me non è mica un problema. Anzi, mi è stata un sacco utile…

Ero così felicemente stupita che sono andata a stringergli la mano una seconda volta, per puro entusiasmo.
- Era ora che qualcuno lo dicesse – ho risposto – Dovresti dirlo un po’ in giro, sai bene che da queste parti non è che ne siano convinti in molti eh…
- Ah, lo so. E’ che qui sono post acuti, è ancora troppo presto. Ci vuole tempo. La volta scorsa che fui ricoverato qui conobbi un tetra che mangiava sempre in camera sua, perché si vergognava a usare quel suo cucchiaio legato alla mano, a far vedere che magari gli cadeva qualcosa fuori dal piatto… Io andavo sempre da lui, finché l’ho convinto ad andare in mensa, e mangiavamo insieme in mensa, e gli dicevo beh che ci fa se ti cade qualcosa, tu vai tranquillo e non pensare a come fanno gli altri, tu vai per la tua strada… Beh sai com’è finita? Qualche giorno prima che andasse via, io lui e i suoi siamo andati a mangiare al ristorante, qui di fronte!

Ammetto che per un attimo l’ho invidiato. In dieci mesi di servizio civile non avevo combinato niente del genere, tutta presa dalle menate psicologiche sul rispetto dei tempi, della volontà e dei limiti altrui. Forse aveva ragione Matteo l’educatore, certa gente bisogna prenderla e sbatterla a fare quel che deve, anche controvoglia.
Le psicologhe dell’ospedale non erano mai state d’accordo.

[...continua...]

Storie

Passeggiando verso casa, stanotte, ho riconosciuto il vento di fine estate – e con lui, come sempre, i venti delle estati fa. Ma sono così insignificanti quei ricordi. Insignificanti, sono rimasti i segni senza significato: ricordo il segno, il contorno, appena la voce – ma il significato no, o meglio lo ricordo come segno anch’esso, come parole – tante, troppe parole! – spese e sparse, ma ormai parole senza più strette allo stomaco.

Invece – pensavo, stanotte che ero abbastanza felice – questo è il tempo delle storie, quelle che si raccontano. Anche molte amicizie diventano storie – non più condivisioni o progetti – ma storie da seguire a puntate distanti, sospese per mesi alla stessa pagina finché un incontro, un racconto, e ne leggi cento in un minuto. Dopo, in attesa del séguito, puoi solo sfogliare indietro, rivedere un passaggio, oppure fantasticare sui finali più diversi, con preoccupazione o speranza o affetto o solo curiosità di sapere se come vicenda sarebbe un buon romanzo, se la vita sarà più creativa di te.

Ché, alla fine, è quello che interessa. Sbirciare nelle vite degli altri come un apprendista nel laboratorio del maestro, acquattato per ore cercando di capire come diavolo si fa.

Ti brillano gli occhi – 1

Una sera stavo a prendere un po’ d’aria nello spiazzo antistante la porta dell’ospedale. C’erano tre ragazzi che conoscevo e altri due, un po’ a lato, che non riconobbi. Li squadrai rapidamente e mi sembrò di averli già visti, ma solo nei giorni appena precedenti; dovevano essere nuovi.
Osservai uno dei due un po’ più a lungo. Era un ragazzo sulla trentina, i capelli quasi a zero, occhiali sottili e faccia pulita. Mi ricordava qualcosa. Si accorse che lo guardavo e distolsi lo sguardo.

Mi sistemai accanto a uno dei ragazzi che conoscevo, scuotendolo per la ruota.
- Ecco la mia lauta cena – ho scherzato, scartando il plum-cake che avevo preso alle macchinette.
- Mangi sempre così poco?
- Anche meno!
- Ma non dovevi andare a scroccare alla festa di quello al secondo piano? – mi ha chiesto un altro.
- Sì, ma la Sara mi ha piantato in asso – ho risposto – ha incontrato uno in corridoio e s’è fermata da lui…
- Vabbè potevi andarci da sola, che ti frega!
- Dai, nemmeno conoscevo il festeggiato…
- E che ti frega…

Ecco dove l’avevo visto, pensava una metà di testa mentre l’altra accompagnava la conversazione. Nel corridoio, stamattina, quando ho pensato ehi, questo dev’essere uno nuovo del reparto Rientri – era senz’altro dei Rientri perché stava troppo bene fisicamente, niente calze e pancera, e muoveva con agilità una carrozzina figa, non di quelle prestate dall’ospedale – e poi dev’essere anche un tipo sveglio.

- Sì beh – ho ripreso – potevo andare e dire ehi ciao non so chi cazzo sei ma comunque auguri, hai mica da mangiare?

Continuammo a immaginare scenari ridicoli per qualche minuto, finché a uno a uno i miei interlocutori rientrarono per andare a letto.

- Anch’io entro, che vado studiare – disse l’ultimo. Faceva le superiori, e l’indomani aveva l’esame di riparazione. Il suo liceo avrebbe inviato il compito via fax, dalla Sicilia, e lui lo avrebbe svolto lì, sotto la supervisione della Scuola in Ospedale.
- Ah giusto! In bocca al lupo allora – risposi, e mi mossi per rientrare anch’io. Erano rimasti solo i due sconosciuti.

Giusto, i due sconosciuti.

Mi fermai lì.
E non ci fu bisogno di aspettare molto.

[...continua...]