Monthly Archives: ottobre 2010

E vedere cosa succede

Sono un po’ affascinata dalla piega che può prendere la vita, sapete. Così, imprevedibile. Sono nella mia vecchia stanza, sotto i fili con appese cartoline e foto di millenni fa.
Mi guardano tutte un po’ stupite.

Mi sorride la barchetta piena di uomini che mi regalarono per scherzo, quando di uomini non ne avevo nessuno; decine di conigli di ogni foggia posati ovunque a impolverarsi, regali di papà alla sua sempre bambina; i libri di scuola, tenuti per feticismo della memoria, o magari per usarli un giorno in un’altra scuola e invece poi.

Oggi guidavo piano, accompagnando un vitale groviglio di tentativi -- riusciti, malriusciti, in itinere. Regalavo storie, la mia consueta mitologia aggiornata in versione epica; e ne ascoltavo altre, buone per il mio voyeurismo biografico -- e per sentirsi un po’ meno diversi.

Penso ancora, in sottofondo, alla disarmante casualità che mi governa. Alle possibilità che ho, ma potrei non avere. Che altri non hanno. E che le cartoline appese ai fili, senz’altro, non avrebbero mai immaginato.

Ma vince l’istinto, maledizione. Vince la voglia di giocarsele tutte, queste fantastiche, immeritate possibilità.
E vedere cosa succede.

[...and I swear I never knew, I never knew how it could be / and all this time, all I had inside, was what i couldn't see... all the waves are washing over / all that hurts inside of me]

Come fare il purè quando il tuo ragazzo è un nerd

1) Leggere le istruzioni sulla scatola del purè (in buste pronte), osservando che servono 300 ml di latte e 200 ml di acqua.
2) Mentre si stanno valutando ad occhio le quantità, notare il proprio ragazzo sedersi al computer e aprire la calcolatrice.
3) Rassegnarsi e attendere.
4) Convertire i 300 ml di latte in mm cubi (V1).
5) Misurare altezza (h) e diametro di un bricco da latte, quindi calcolarne il volume (V2), ovvero h*πr^2.
6) Trovare il valore di h tale per cui V2=V1.
7) Versare il latte nel bricco, in modo che il livello del liquido raggiunga il valore di h appena trovato.
8) Rimproverare il ragazzo nerd, perché ha immerso il metro direttamente nel latte.
9) Riversare questa quantità di latte nella pentola e portare a ebollizione.
10) Convertire i 200 ml di acqua in mm cubi (V3).
11) Calcolare il valore di h tale per cui V2=V3.
12) Riempire il bricco d’acqua, fino al livello del valore di h appena trovato.
13) Accorgersi di averne versata un poco di più.
14) Tentare di svuotarlo prima che il ragazzo nerd se ne accorga e abbia una crisi.
15) Versare nella pentola la quantità di acqua trovata, insieme al contenuto della busta.
16) Sentire il ragazzo nerd lamentarsi perché la preparazione è stata troppo laboriosa.
17) Insultarlo e mandarlo a mescolare.

Il filo

E ora cosa le dico, a quella cui avevo spiegato, tutta entusiasta, che basta provare. Che sì, hai meno possibilità, certo, ma basta aumentare i tentativi per tornare al pari degli altri.
E’ così rassicurante pensare che dipende da te.

Qualche anno fa, andai a trovare un’amica, mentre stava facendo un campo di volontariato. La casona si allargava su un colle, immersa nel verde, con vista sulle vallate. Gli altri andavano a letto troppo presto; così, una notte, rimasi nel parco finché non spensero tutte le luci. Trovai un punto da cui abbracciare bene il buio, e rimasi a domandarmi da che parte stavo.

Avevo visto, quel giorno, decine di senza speranza -- dove senza speranza non è una qualunque frasina pietosa, ma la descrizione esatta di uno status: quello di chi non sarà mai amato.
Matti, molti; prigionieri del corpo, altri -- i più angoscianti. Sapevo che, per la società, avevo qualcosa in comune con loro, potevano anzi chiamarmi con lo stesso nome. Ma la realtà è più variegata e io non sapevo fin dove arrivava l’insieme intersezione tra me e loro. Non sapevo se era così grande da contenere anche quella dis-perazione, e mi tormentavo cercando di tracciare il confine. Di qua -- i salvati -- o di là -- i sommersi. E io?

Ti salverai, andrei a dirmi, se potessi ritrovarmi in quella notte. Sarai amata. Siederei accanto a me stessa, affacciata sul nero butterato di luci, e mi consolerei.
Allora lei mi sorriderebbe, credo, ma di gioia agghiacciata. Come le offrissi l’ultimo posto su una scialuppa, mentre il resto della nave affonda.

E ora cosa le dico, all’altra passeggera. Scusa, sai, ti hanno anche osservata per un po’, ma poi hanno scelto me, per questo posto in salvo -- e non è che me lo meritassi, no, non ho fatto assolutamente nulla, sono solo più fortunata per nascita, per caso.

Una fortuna, fra l’altro, da ridecidere ogni giorno. Una monetina caduta dal lato sbagliato e, tac, eccomi d’un colpo di là del confine. I normodotati rimuovono il rischio, di solito. Sono così sicuri del proprio corpo da non figurarsi mai l’eventualità di perderlo, ferirlo -- come se non fosse poi certo, che, presto o tardi, si acciaccherà.
Ma io conosco la precarietà. Ho assaggiato la perdita improvvisa di qualche pezzo di me stessa, e ho visto bene -- ma dai -- che, anche senza quel pezzo, me stessa rimane sempre lei. Che c’è un filo a tenere assieme i miei fragili frammenti, e non importa quanti ne perderò, perché io sono il filo.

Ma il filo è nascosto, e nessuno lo nota. Sorride se qualcuno si affeziona ai pezzi che trattiene, al suo travestimento; a volte però piange, aspettando -- forse invano -- chi potrebbe amarlo anche da solo.

Tele-comando

Vedo di riflesso – perché nonguardolatvnonleggoigiornali – su facebook, tra link e notizie che pubblica la gente, somma indignazione per quel tale necrofilo assassino. Video struggenti, frasi vendicative che traboccano emotività, come fosse successo alla propria sorella.
E penso che i media ci hanno proprio traviato i sentimenti. Ce li risvegliano a comando, anzi a tele-comando, montando insieme un po’ di lacrime in diretta, pescando dalla cronaca ogni tanto il mostro giusto per deviare l’attenzione, per indirizzare l’odio a capri espiatori ovvi, incontestabili. Anche Orwell l’aveva capito: per controllare le masse ci vuole l’Ora di Odio, da gridare collettivamente contro il nemico giusto.

Io riserverei alle notizie di violenza una angolino in fondo ai giornali, da mettere giusto per dovere di cronaca, per non censurare nulla. Perché non è su queste cose che la gente deve imparare a farsi un giudizio. Agli stupratori ci pensa le legge, Dio, o chi per lui. E’ inutile essere informati su morbosi dettagli investigativi riguardo a delitti che non giudicheremo.

Io voglio essere informata sui morbosi dettagli investigativi che riguardano le persone che voterò, ad esempio. Sui disservizi e gli sprechi che loro provocano. Sui particolari di una nuova legge che, zitta zitta, un giorno mi inculerà.
Sulle donne vessate regolarmente ma che non andranno mai in tv e non avranno mai giustizia. Su quello che succede nelle carceri, dove un borseggiatore impara a diventare serial killer, o, se gli va bene (!), si suicida. O nei CIE dove il diritto è sospeso.
E poi voglio le buone notizie. No, non quelle sull’economia che naturalmentelacrisièfinita o sul governo chevatuttoameraviglia. Voglio le buone notizie vere, che danno coraggio a chi ne ha bisogno. Quelle delle donne che denunciano gli aguzzini o delle vittime del pizzo che si ribellano. Quelle che un giovane può essere disoccupato ma anziché fare il punkabbestia sceglie di fare il volontario, e anziché sfogare la sua rabbia menando un africano mette su un’azienda sostenibile.
Vuoi mai che l’emulazione scatti verso qualcosa di meglio dei lanciatori di sassi dal cavalcavia.