Monthly Archives: maggio 2009

Senza prevedere

Il fatto che sono invecchiata è dimostrato dalla facilità con cui ho ignorato l’ultimo giorno di lezione della triennale. Ci voleva quel buffo affetto riccio seduto accanto a me, per ricordarmi di concedere a quest’altra porta che si chiude almeno un po’ di nostalgia convenzionale.

Così ho riletto il mese di ottobre 2006, trovandomi a sorriderne di vaga compassione.

Dedicai un lungo post al primo giorno di università: lo scrivo per non perderlo, avevo detto. E invece l’ho perso lo stesso, se non altro in quel che era davvero: un denso e colorato impasto di aspettative e scommesse avventate.
Avevo l’ingenuo entusiasmo sociale di ogni inizio: attaccavo bottone con tutti i compagni che mi capitavano a tiro, perché tutti gli sconosciuti sono potenzialmente importanti ed eterni – ancora non sapevo l’inutilità di rattoppare ponti tra potenze e atti immaginari.
Ora – ora che sono più stanca, e se chiacchiero una paglia fuori dal 38 la temo già nel posacenere – ora il più importante – sull’eternità vedremo – è l’unico che non avevo sperato.

Poi, organizzavo festicciole a sorpresa per un’amica del liceo – ma davvero l’ho organizzata io? nemmeno ricordavo – per ribadirle che noi ci siamo ancora – e non sapevo che sarebbe stata lei a non esserci – e non sapevo nemmeno cosa davvero significasse esserci.

Battibeccavo su Dio, crogiolandomi nel mio piacevole limbo relativista, con un certo compiacimento per la mia libera ambiguità spirituale. C’erano tutte le premesse perché, di lì a poco, il mio relativismo si scollasse di dosso quell’incoerente etichetta di cattolicesimo, mentre la libera ambiguità si tuffava nell’esplorazione della rappresentanza coi ciellini.

Il mio cielo se lo sono divisi fra loro, fregandosene se era cucito in un unico pezzo.

Scoprivo carenze intrinseche di vecchie amicizie – no, di vecchie me. Ed era solo la prima di numerose, inaspettate epifanie – tutte a illuminare da lati diversi lo stesso errore – l’errore che sto cercando – l’errore che tre anni dopo tasto ancora alla cieca, ma almeno con la confidenza di chi ne sa i contorni.

E poi cominciavo entusiasta due futuri fallimenti, senza prevedere di rompermi, nell’ordine, una mano e un po’ di cuore.

Infine, stabilivo – camuffando malamente il moralismo, che iniziava a vergognarsi di se stesso – lo scopo della mia vita.
Senza prevedere di raggiungerlo.

Vorrei essere – 3

Poi ha chiesto a Maria di leggere la poesia.

…Vorrei essere una lacrima per accarezzarti il viso
vorrei essere un asciugamano per abbracciarti
vorrei essere una spugna per passare sulle tue nudità
ma non posso toccarti, nemmeno sentirti sulla pelle
non mi resta che scrivere di un sogno…

- Ti piace? – mi ha chiesto lui.
- E’ triste – ho risposto, molto in fretta. Quando ho sentito la mia voce uscire così in fretta, ho intuito che aveva saltato il controllo al posto di blocco sull’opportunità delle parole.
- Perché?
- Perché parla di un sogno che non puoi realizzare.
Ogni tanto mi domando se la mia sincerità sia una dote o un’insensibilità. Non so come ho fatto a dire una cosa del genere a uno sconosciuto di cinquant’anni, che da otto vive grazie a un aggeggio che lo fa respirare, scrivendo poesie su buoni sentimenti. E’ che me ne avevano parlato come di uno con cui molti si confidavano, uno a cui mandavano i nuovi pazienti perché trovassero motivazioni per vivere. Non potevamo parlare del tempo. Sentivo di dover mettere in gioco me stessa – e me stessa com’era, con le sue aggressività e debolezze, non la versione riveduta e corretta dai libri sull’ascolto attivo e dai seminari sull’empatia.
- E perché non posso? – ha chiesto, con un tono da “e chi lo dice?”
- Sei tu che lo dici… tu ne parli come di un sogno che non puoi realizzare.
Me la sono cavata così, spacciando il mio commento per interpretazione del testo, invece che della mia paura.
- Eh vabbè…
- Cosa mangi per cena? – si è intromessa Maria, a voce troppo alta. Brandiva il foglio del menu in cui i pazienti scelgono ogni volta tra tre o quattro portate.
Poco dopo è uscita per consegnarlo agli infermieri, ed è calato un nuovo, più difficile silenzio. Io ero impegnata a ragionare del mio senso di colpa; lui, non so su cosa.

Dopo un rapido giro su tutti gli angoli della parete, il mio sguardo ha incrociato il suo.
Ed è rimasto lì agganciato molto, molto, molto più tempo del consueto, facendo tutto un suo discorso che non so.

Vorrei essere – 2

Intanto io sfogliavo il libro di Franco, captando rapidamente qualche informazione sulla sua vita: incidente otto anni fa, tetraplegia altissima, voglia di morire, scoperta della fede, moglie e figlia. Ah già, ricordavo, moglie che l’ha lasciato, mi aveva detto un collega una volta – non me la sentirei di condannarla, aveva aggiunto – io sì, avevo risposto.
Tra un silenzio e l’altro, Franco mi faceva qualche domanda di circostanza – di dove sei? – per conoscermi, e io qualche commento di circostanza – è la foto del tuo nipotino? – per ingannare il tempo.

Ma sentivo che la conversazione convenzionale non reggeva affatto. Ho sempre avuto difficoltà a trovare argomenti inutili per parlare con nuove conoscenze, ma in quel momento ne percepivo l’assenza in modo nuovo.
Non pesava.
Sentivo piuttosto un imperativo di sincerità, il bisogno di guardarlo negli occhi e dissolvere l’inessenziale.
Avevo voglia di chiedergli se voleva suicidarsi. O come mai scriveva poesie mediocri ma gliele pubblicavano lo stesso. Se era arrabbiato con sua moglie perché l’aveva lasciato. Se aveva voglia di fare l’amore.

La signora Maria è uscita dal bagno con il foglio di carta tutto bruciacchiato all’intorno. Al centro, c’era la poesia che avevano stampato prima. Mi hanno mandato a prendere un caffè alla macchinetta; poi Maria ci ha intinto un fazzoletto e con quello ha iniziato a tamponare il foglio, che diventava umido e marroncino. Gli stavano dando l’aspetto di una pergamena, per regalarlo a una persona.
- Ah, hai un inciucio! – ho scherzato con Franco.
- Non è un inciucio – ha detto lui, serio. – E’ una donna di cinquantaquattro anni…

[..continua...]

Vorrei essere – 1

- E’ questa che inizia “Vorrei essere…”, giusto? Allora la stampo… Ma ti dicevo di quella ragazza, dovresti farle un po’ da psicologo, per favore. Lei vive attaccata a quel tipo… ah, scusa – si è voltata verso di me – è accesa la stampante?
- C’è il tasto lì a destra – ho risposto, avvicinandomi alla signora seduta al computer. L’aspirante psicologo con cui parlava era un fagottone accanto a lei, disteso su una carrozzina pressoché orizzontale, avvolto in un plaid. Il fagottone rispondeva a sibili appena percettibili, col fiato disperso attraverso la tracheotomia. Con le labbra azionava un paio di tubicini per spostare la carrozzina elettrica.
- Come ti chiami? – mi ha chiesto lui, sussurrando.
- Ilaria – ho risposto. – E tu sei Franco, vero? Ti conosco di fama – ho sorriso.

Franco lo conoscono tutti, all’ospedale. E’ un uomo di mezz’età, vive qui dentro da anni, e non credo preveda di andarsene. L’avevo intravisto gironzolare per i corridoi qualche volta, ma non esce tantissimo. Mi hanno spiegato che ogni tanto peggiora e torna in intensiva; quando sta bene ha la sua stanza personale in un angolo appartato, in fondo al reparto; ormai l’ha attrezzata come una casa.
Tutti i volontari dell’ospedale lo hanno incontrato, e regolarmente vanno da lui a decine. A volte in città organizzano qualche evento in cui leggono le sue poesie.

- Hai letto il mio libro? – mi ha domandato.
- In effetti no. Non so nemmeno quale sia
- Come! Allora appena ho finito vieni con me a piano terra. E’ un ordine! – ha detto, ironicamente perentorio. Non avevo mai pensato alla perentorietà di un bisbiglio.
- Comandi! – ho riso, facendogli il saluto militare.

Mi ha portato nella sua stanza, insieme alla signora che lo stava aiutando a stampare. Nella parete di fronte al letto aveva sistemato una libreria: c’era dentro una televisione un po’ più grande di quelle in dotazione all’ospedale, alcuni libri, una foto di Woityla e una di madre Teresa, disordine sparso.
La signora ha estratto da non so dove un volumetto azzurro, porgendomelo. C’era un disegno in copertina e aveva le pagine lucide. Profumava di nuovo.
- E’ tuo – ha sibilato Franco, che si era parcheggiato accanto al suo letto.
- Grazie. Attento che sono una critica cattivissima eh – ho scherzato.
Poi ha bisbigliato qualcos’altro che non ho capito. Gli avrei chiesto parecchie volte di ripetere, prima di imparare a trovare le parole tra i soffi d’aria.
- Tu fumi? – ha ripetuto.
- Ehm, no – ho detto, un po’ perplessa. Mi sembrava improbabile che una persona che respira da una tracheotomia mi offrisse di fumarci una paglia.
- Peccato, ci serviva un accendino. Maria, va’ a chiedere a Corrado un accendino
- A Corrado? Chissà cosa pensa – ha sorriso la signora, avviandosi fuori dalla stanza. Ero sempre più perplessa.

Quando è tornata, si è chiusa in bagno con un foglio di carta.

[...continua...]

Proporzioni

- C’è chi dice che l’uomo sia il massimo compimento della natura, la punta della piramide. Per altri invece la piramide è rovesciata, e l’uomo è il meno perfetto…
- Perché?
- Perché è l’organismo che dipende di più dagli altri – ha spiegato. Graziano parla lentamente con accento romanesco, soffiando ogni frase in un sospiro da saggio compassato e umile. Ha una sessantina d’anni, occhietti vispi e ogni tanto un sorriso sornione, stanco e furbo insieme. Passa i pomeriggi giocando a carte con la moglie, un donnone ironico con labbra grosse e trucco forte.
Gli altri pazienti chiamano Graziano “colonnello”. E’ laureato in matematica e ha studiato legge all’accademia militare. Credo sia veramente un ufficiale. Non avevamo mai parlato moltissimo, ma quando mi vedeva studiare in sala informatica mi chiedeva sempre cosa stessi leggendo.
- Montaigne – avevo risposto quel giorno. Non so bene come siamo arrivati, poi, da lì alla Perfezione, passando per un lungo discorso pieno di citazioni e buon senso. Il mio collega serviziocivilista taceva, stravaccato sulla sedia accanto a me, non so se annoiato o stranito. Io ascoltavo, per lo più, un po’ per non palesarmi troppo ignorante, un po’ perché osservarlo era molto più interessante che contraddirlo su qualche cavillo teorico. In effetti, non diceva chissà quali originali verità – o sarà che tutti i gruppi cattofilosofici che ho frequentato hanno inflazionato ogni repertorio di opinioni – ma le diceva con una carismatica e quotidiana saggezza, che mi affascinava.

- Dipende cosa intendiamo… cos’è la perfezione? – gli ho chiesto.
- E’ l’equilibrio, la proporzione. L’hai studiata la sezione aurea, sì? Ecco… ma anche quando vediamo una bella donna… è bella perché è proporzionata, ci piace se ha le gambe lunghe, un collo ben fatto…

Ho sorriso un po’ amaramente, senza contraddirlo.
D’altra parte, sorridevo amaramente proprio perché sapevo di non poterlo contraddire.