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Me ne sono accorta

all’improvviso, mentre poggiavo la mano sul bracciolo come al solito, per saltare sulla sedia. E’ stato in quel momento, mentre per scendere dal letto saltavo come un gatto su una sedia, come ho sempre fatto, come farò sempre. Stavo per andare in sala, dove papà, in pigiama, avrebbe soffiato sulle candeline del suo compleanno, e la mamma avrebbe scattato una foto mossa della patetica pantomima familiare. In due minuti tutto sarebbe finito, avrei lasciato nel piatto la mia fetta di torta troppo liquorosa e sarei tornata a chiudermi in camera.
Ma intanto, dicevo, vedendo la mia mano stringere il bracciolo, me ne sono accorta:

la mia vita è diversa. Lo è sempre stata e lo sarà sempre. Sempre. Ripeto l’anafora finché la parola perde il suo significato, disfandosi nei suoni: sempresempresempre. S e m p r e.

Quei due di là, che mi aspettavano per la pantomima, lo sapevano. Hanno scelto di far sì che un giorno, per festeggiare il compleanno di papà, io saltassi giù dal letto appoggiando una mano sul bracciolo di una sedia. Non accade a molti altri: loro due, trent’anni fa, hanno iniziato una vita profondamente diversa.

Anche il pensiero salta, e in un attimo dal sempre arriva al mai. Ci sono cose che non ho mai fatto. Che non farò mai. Che non saprò mai che effetto fanno.
E non mi riferisco alle molte banalità di scarso interesse cui probabilmente state pensando, come il modo di scendere dal letto.

Il vero rimpianto – l’unico forse – è che non potrò mai sperimentare davvero la tiepida, leggera sicurezza di chi si gioca tranquillo la vita e l’amore – magari d’azzardo, perdendo o scappando, ma almeno sapendo che potrà giocare con tutte, proprio tutte le carte che trova.

(E non restare per sempre incartato, aspettando quel Jack che ti manca per chiudere)

[E se fossero già usciti tutti?]

…Poi vi spiego

Da oggi nuova vita.

Limbico – 4

Alle 17.28 ho suonato il campanello. L’infermiera mi ha aperto la porta blu con una gentilezza serena, molto rassicurante.

La prima persona che ho visto oltre quella porta si chiama A.. Me la ricordo molto bene. Andavamo alla stessa scuola elementare e lei era il mio incubo, perché correva e abbracciava tutti stringendoli troppo forte, e se avesse abbracciato me allo stesso modo mi avrebbe fatto male. Mi ha guardato, lì dietro l’uscio, con quella sua bocca semiaperta sul corpicino magro e scattante. Ho avuto istintivamente paura, e ho cercato di allontanarmi più in fretta possibile. Lei mi ha detto: “Ciao”, ma ero già troppo lontana per rispondere.

- ***? Certo, prima era in sala, vediamo… – ha detto l’infermiera, quando le ho chiesto di lui. Sala? Ok, forse niente celle stile carcere, c’è pure la sala. In effetti era un ambiente luminoso, con un paio di tavoli, la macchinetta delle bibite, larghe finestre e una porta aperta: oltre, s’intravedeva un giardino e la testa di *** al di là dei vetri.

- Che piacere vederti, che sorpresa! – mi ha detto, affacciandosi dentro, e mi ha dato i due bacetti di rito.
Ok, la faccia di un matto era esattamente quella che conoscevo, né più né meno. E anche la voce, e anche l’entusiasmo al vedermi. Questa faccenda dello psichiatrico pareva sempre più complicata.

Mi ha fatto uscire nel giardino. L’aria profumava di non so che pianta e l’atmosfera era lenta, senza rumori; qualcuno passeggiava, qualcuno chiacchierava piano. C’erano altre persone, ma non tante da non poter restare soli. Al massimo, vedevi una ragazza avvicinarsi mentre inseguiva un gatto.
*** mi ha accompagnato a una panchina un po’ in disparte e si è seduto di fronte a me. L’ho osservato, nella luce calda del pre-tramonto, cercandogli nel viso una risposta, una spiegazione di cosa fosse quella cosa da cui doveva trovar pace.
Mi è sembrato avesse più capelli bianchi e come un’ombra attorno agli occhi, ma forse era solo suggestione.

Mi ha raccontato di quando, mentre studiava in biblioteca con una collega, all’improvviso si è sentito smarrito. E tutte le cose intorno diventavano distanti, inaccessibili, e lui inaccessibile alle cose, in un’irrisolvibile separazione, con solo la voglia di andare lontano, via da quell’insieme di cose che sono ma non sono te.
- Prova a immaginarlo – mi ha detto – come ti sentiresti se ti capitasse così?
Ci ho pensato un po’. Facevo molta fatica a immedesimarmi. Credo mi farebbe paura, una paura tremenda di solitudine totale.
- Sola – ho risposto, guardandolo negli occhi. L’avevo sempre guardato mentre parlava, ma ora volevo guardarlo esattamente negli occhi castani, esattamente dentro. – Mi sentirei molto sola.
Ha annuito piano.
Poi mi ha spiegato del tatto, di come diventava abnorme anche la percezione usualmente ignorata di un tavolo sotto le mani.
Mi sembrava di sentire Sartre descrivere la sua Nausea.

Lentamente ho ricostruito la storia che mi aveva solo accennato: qualche tempo fa aveva avuto un attacco di ansia simile, e per questo motivo era stato ricoverato in quella casa di cura di cui mi aveva accennato. Dopo una decina di giorni era andato via, sentendosi meglio, ma ora voleva tornarci.

- E’ così pacifica – diceva. – Anzi, limbica. Un mondo sospeso, questo giardino al confronto non è niente. Se avessi una stanza e una biblioteca ci starei tutta la vita – sorrideva. – E poi amo la compagnia di persone singolari.

Ecco perché ci siamo incontrati.

Una ragazza si è avvicinata e gli ha chiesto di restituire un centesimo alla sua amica. Lui l’ha guardata con molta tranquillità, spiegandole di non aver mai prestato un centesimo alla sua amica. Lei ha insistito un po’, poi, perplessa, si è allontanata.
- Vedi – mi ha spiegato – ci sono quelli così, o quelli che vivono completamente scollegati dalla realtà, come quel signore laggiù, che parla con la sua mano. Con molti altri invece si può parlare normalmente, sono come me e te…

Ho avuto un brivido a quell’inclusione: io, come lui? Lui, come gli altri? E quali altri? Dov’era esattamente la follia in quel giardino, chi erano i sommersi e chi i salvati? Chi è che passava per curarsi un disturbo come un’infezione, e chi invece restava parcheggiato nel suo vuoto di esistenza?

La mezz’ora scorreva in fretta. Mentre lo ascoltavo, temevo che mi sarebbe sfuggito quell’attimo sospeso prima di avergli rubato ogni odore, e le sue parole prima di avergli preso la verità e il mio silenzio prima di averlo rotto in una confessione – volevo dirti com’era stato cercare il tuo nome in ospedale e girovagare quel pomeriggio in attesa e la paura di trovarti diverso e poi il sollievo di trovarti uguale e allora il dubbio di scoprirti un giorno qualcos’altro che non so, qualcosa che mi sfugge.

Infatti non ne ho avuto il tempo. Un’infermiera ha invitato i visitatori ad uscire; *** mi ha riaccompagnato alla porta blu.
Passando, si è fermato accanto a una pianta di bacche e ha abbassato un ramo, per farmi sentire meglio il profumo del giardino.

Limbico – 3

Non ero mai entrata in un reparto psichiatrico. Lo immaginavo confusamente come un luogo pericoloso, dalle architetture carcerarie, in cui le visite venissero rigidamente regolate, e magari filtrate da qualche dottore incaricato di stabilire se il visitatore avrebbe traumatizzato il paziente.

Ho aspettato fuori dalla porta blu non so quanto, senza decidermi, scorrendo le bacheche con le informazioni sulla privacy e sui gruppi di “auto mutuo aiuto” e il cartello “zona videosorvegliata”. Ho visto passare un paio di volte qualche infermiere, ma non ho avuto la prontezza di chiedere. In compenso ho notato che, per uscire dalla porta blu, dovevano aprirla con una chiave.
Alla fine ho fermato tre infermieri che uscivano ridendo a voce troppo alta.
- So che una persona che conosco è ricoverata qui… e… ehm..
Un’infermiera bassina mi guardava con aria disponibile. Ho pensato che dovevo avere un’espressione parecchio spaesata.
- Ecco.. qual è l’orario di visita?
- Dalle 17.30 alle 18 – mi ha risposto.
- Ah. Ma.. ecco.. poi.. cioè se torno in quell’orario poi posso entrare, cioè, io non so nulla, non so se può ricevere visite….
L’infermiera era perplessa. Iniziavo a sentirmi un po’ scema.
- Non so se c’è ancora il medico. SPINEDIIIIIIIIIII! – ha urlato.
- Oooou! – ha risposto una voce lontana.
- Ecco, visto, c’è! – ha sorriso lei – Venga qui che c’è bisogno di lei! – ha urlato di nuovo. Poco dopo è apparso un pelato in camice.
- Ou, cosa c’è?
- Qui c’è bisogno di lei, e lei non se ne accorge, dottore! – ha detto allegra l’infermiera (sempre a voce troppo alta).
- Ma io che ne sapevo che c’era bisogno di me!
- C’è una signorina che chiede, dottore.
Al che si è voltato, accorgendosi di me, e ha cercato di darsi un tono.

Io cominciavo a temere che lavorare coi matti fosse deleterio.
Il medico era di quello di guardia, non conosceva *** e non mi ha saputo dire nulla, se non che senz’altro sarei potuta entrare nell’orario di visita.

Mancavano più di quattro ore, e non avevo voglia di tornare a casa. Ho passato un po’ di tempo fuori dall’ingresso del padiglione; era una bella giornata.
Una signora fumava a qualche metro da me. Forse era parente di qualcuno. Avrei voluto chiederglielo. Avrei voluto dirle sa, io non so niente di queste cose, mi avevano solo invitato a pranzo, era una persona così interessante, insolita, si figuri sembrava quasi che dovessimo diventare coinquilini, ma guarda te, poi invece era un matto, oddio in realtà non lo so, potrebbe avere qualunque cosa, però sa, io mi faccio dei gran viaggi mentali perché non so niente di queste cose, dicono psichiatrico e fa paura, ecco, perché è una cosa sconosciuta, non è come se ti rompi una gamba e più o meno sai quello che succede, se sei psichiatrico non si può mai dire.
La signora ha finito la sigaretta ed è andata via. Poco dopo mi ha camminato davanti un uomo in pigiama, con lo sguardo fisso; mi è passato troppo vicino ed è andato a sedersi al posto della signora.

Ho lasciato la macchina parcheggiata dov’era e ho passeggiato un po’ a caso. Ho trovato una gelateria, ho pranzato con un gelato e poi sono rimasta lì un’oretta a leggermi quasi tutto il Corriere della Sera. Poi ho ripreso ad andare, e mentre andavo immaginavo di raccontare, come sempre quando mi succede qualcosa. Racconto e racconto e racconto nella testa, tante volte finché il racconto viene bene, e poi di nuovo cambiando interlocutore, perfezionando i dettagli, i commenti.
Sono finita in un parco. Mi sono distesa sul prato, sotto un albero, ascoltando i discorsi di due vecchiette sulla panchina accanto.

Mancava ancora tanto tempo da aspettare. E c’era una tale pace.

[...continua...]