Monthly Archives: dicembre 2012

E quindi il mondo non è finito

questo 21 dicembre,
né, in effetti, ho potuto tirare le fila di serenità ormai irripetibili (2010);
non ho rischiato le penne giù da una discesa ghiacciata (2009),
certamente non ho sfiorato la nostalgia di lei, ormai un confuso ricordo tra i tanti (2005),
né ho attraversato la neve per imbucare lettere d’amore inconsapevoli di esserlo (2004),
e tantomeno sono esplosa di gioia – non potrei più, non come allora – per un misero, primissimo affetto (2003).

[Sono passati nove anni, accidenti, da quando ho incartato un ti voglio bene dentro un regalo qualunque (un paio di guanti presi a caso da un cassetto, se non sbaglio) e ho aspettato per ore una risposta, un rimbalzo indietro dell'affetto. Non mi ero mai esposta in quel modo, prima (aspettavo congelando, sullo spiazzo dell'oratorio, dev'essere stato il giorno in cui il Gruppo lavava le macchine e io badavo al tè caldo, lo stesso giorno in cui una signora sconosciuta si fermò a dirmi che avrei dovuto sorridere di più) e mi rimbombava il batticuore in tutto il corpo - se solo avessi saputo dare un nome vero a quei sentimenti, figuriamoci, sarei schiattata sul posto.
Poi quel messaggino arrivò, gentile, affettuoso (l'avrò scritto? Dove? Com'è possibile che non avessi ancora un blog? Non posso dimenticare anche questo), probabilmente poco significativo - ma io non lo sapevo ancora.

L'anno dopo era già una mancanza. E' strano rileggermi adesso; anche allora ero bravina a scrivere, abbastanza perché quelle righe possano scuotermi ancora oggi, trasmettendomi un po' di quella sensazione. Certe cose non tornano più, ascoltavo, sublimando la mia perdita in una specie di rassegnazione cosmica sulla fuga del tempo (in quel caso era più facile: non era colpa mia).]

Questo 21 dicembre ho semplicemente dato un esame con buona soddisfazione, incrociato una compagna gentile (magari diventiamo amiche?), passato la giornata alla ricerca di un regalo – ma tu guarda -, per poi affondare nel letto con un telefilm mediocre.

[E una temporanea tregua dalle nuove nostalgie, sssh, devono esserci lì dietro, incombono alle spalle, ma per un pochino, un pochino soltanto, eviterò di voltarmi, concedetemelo, per sopravvivere -
anche perché forse hai ragione, e se fosse
come quelle di cui parlava C.?]

Devo dire che non è così male.

Tristezza

Non la puoi dire veramente a nessuno, perché si spaventerebbero, o li annoieresti.

Quando arriva hai fame ma non riesci cucinare, devi studiare ma non riesci a studiare,
allora ti butti sul letto e resti a sentirla, a crogiolartici dentro. Non è che puoi a fare molto altro.

Le immagini si mescolano, non capisci più se è la nostalgia, l’infanzia, o cosa. Un ricordo richiama l’altro, e non è nemmeno chiaro se sono loro a provocare la tristezza, o se è la tristezza a tirarli fuori, per cercarsi una giustificazione qualsiasi. Ti ci soffermi finché riesci a circondarti di ciò che non esiste più, ma sembra vivo, possibile, è lì con te e ti rassicura come un capriccio soddisfatto. Popoli l’immaginazione dei tuoi desideri e ti ci aggrappi, li stringi fino a crederci abbastanza da vederli, senti crescere quel sentimento artificiale e ti abbandoni, ti lasci invadere da una sterminata gioia, ti commuovi, piangi come fosse vero.

Dopo un po’ non funziona più, quasi che le immagini fossero consumate. Prendi uno dei soliti ricordi, cerchi di sentirlo, di goderne l’intensità drammatica, aspettando il nodo in gola. E invece arriva solo una stanchezza, non hai nemmeno voglia di pensarci, non riesci più a sentirli come prima.
Resta solo una specie di alone grigio attorno, e la sensazione di aver scorto, per un attimo, un cupo buco nero
di cui non vedi il fondo.

[Da lì, lentamente, si risale. Torna la voglia di fare qualche piccola cosa, si accende il pc, si apre uno spazio per qualche nuovo pensiero - sempre teso, sempre in lotta per non lasciarsi sopraffare]