Monthly Archives: marzo 2009

Ci vediamo nel tuo disegno – 1

- Ti serve una mano per disegnare?
- Sììì! – ha risposto entusiasta. Giorgia era salita in sala informatica con l’album da disegno incastrato dietro la schiena e il sacchettone di matite posato sulle gambe. Ci siamo messe al tavolo della sala informatica, le ho infilato le dita nell’elastico che usa per tenere la matita, e ho tirato fuori dall’album uno scorcio di Calabria ancora bianco per metà, con colorato solo il mare.
Era l’ultimo giorno.

Un paio di giorni prima, Giorgia si era offesa.
Mi stava spiegando come funzionava il programma che usa per comporre musica, Cakewalk: un pentagrammone virtuale su cui cliccare le note di un’intera orchestra, volendo. L’aveva già usato per comporre un pezzo dedicato a Matteo l’educatore, e poi un altro per me, Ilaria’s Blues. Quel giorno aveva pensato di farmi una lezioncina di musica su Cakewalk, ma eravamo cadute inesorabilmente nel gap tra la sua laurea in pianoforte e la mia stentata capacità di leggere in chiave di violino.
- Dài, scrivi tu le note – mi diceva. Certo, quali?
Alla fine si è rassegnata a scriver lei, dandomi qualche spiegazione sommaria, mentre io annuivo sforzandomi di seguirla e annoiandomi vagamente. Giorgia aveva già tentato di darmi qualche lezione teorica sugli accordi, ma un po’ l’allieva scarseggiava in memoria, un po’ avevo beccato l’insegnante in un periodo della sua vita in cui soffriva di rapida insofferenza – per motivi più seri della mia ignoranza. Così, la guardavo smanettare con Cakewalk impegnandomi a fondo per non deluderla quando mi domandava qualcosa – ottima tecnica per fallire, dato che occupa metà del cervello nel sentirsi a disagio.
A un tratto sono arrivati a trovarla alcuni amici, perciò ne ho approfittato per defilarmi. Lei mi ha guardato con una delle sue espressioni traboccanti pathos, come se la stessi abbandonando.
- Dài, ti lascio parlare coi tuoi amici…
- Ma no… loro li vedo sempre…!
- Ma che, te ne vai per noi? – son intervenuti loro – Resta, resta, ti pare! Ce ne andiamo noi!
Ero incastrata sulla porta. Cinque o sei persone mi fissavano rumorosamente e mi imbarazzavano facendomi sentire troppo importante. Una di loro mi guardava con un’aria da pulcino tradito. In una frazione di secondo la mia voce ha deciso di fuggire per la strada più consueta: l’ironia.
- No ti prego – ho mormorato a una degli amici di Giorgia, con aria complice – era una scusa per liberarmene! Salvatemi! – ho riso.
Naturalmente c’era del vero, come in tutte le ironie. E come in tutte le ironie, il vero, per paura, si mascherava di violenza.

- Guarda che ci sono rimasta male – mi ha detto poi Giorgia, con la sua abituale schiettezza. Ti portava sempre dritta e senza fronzoli dentro i suoi sentimenti. – Se ti dava fastidio quel programma, potevi dirmelo!
Ma no, non era fastidio. Era qualcosa che avrei saputo dire, se tu avessi avuto il tempo di insegnarmi come si fa a portare gli altri dentro i propri sentimenti. Perché te ne vai così presto?

[...continua....]

Genialità – 2

- Si mi sono trasferito da Pescara a Bologna per frequentare giurisprudenza
- Ah.. come mai proprio Bologna?
- Lo preferivo come ambiente di studio, non tanto per la qualità dell’insegnamento e la tradizione conclamata dell’ateneo, quanto piuttosto in considerazione delle stimolanti opportunità goliardiche che la città offre…
- Beh di certo c’è vita… opportunità per i giovani..
- Indubbiamente, ma io mi riferivo più nello specifico alle ampie possibilità di approccio verso il sesso femminile, che, perbacco, non sono da sottovalutare! – ha riso, mentre la madre lo rimproverava bonariamente.

Marco aveva ventun anni, e sembrava molto socievole. Era stato l’unico paziente, fino ad allora, a presentarsi a me per primo, porgendomi la mano non ingessata. Dopo mesi in cui vedevo la madre sempre da sola, finalmente si è piazzata al pc insieme a questo ragazzone coi piedoni gonfi e la parlata forbita.
- E tu cosa studi? – mi ha chiesto lui.
- Lettere
- Ooh, Lettere! – si è illuminato – io ho intenzione di acquisirla come seconda laurea, per il momento ho preferito orientarmi su giurisprudenza, in quanto mi forniva una preparazione più adeguata alle aspettative professionali che mi pongo sul breve termine – ha spiegato, con aria professionale – tuttavia conto di approfondire anche l’ambito umanistico, riguardo al quale, d’altra parte, sto già preparando alcune pubblicazioni critiche
- Pubblicazioni?

La sua voce rapida e nasale mi ha elencato ambiziosi progetti letterari, citando un nonsoche su Orazio. Gli ho dato corda, finendo a contraddirlo in una discussione sulla lettura in metrica latina. Sembrava che non vedesse l’ora di trovare qualcuno con cui poter discutere di queste cose, e a me pareva buffo parlarne proprio lì.
Io tentavo maldestramente di nascondere la mia ignoranza, o di riderne, mente lui sciorinava una vasta cultura – o quantomeno una memoria imponente – con una parlantina che si faceva sempre più innaturale. Elaborava in un secondo concatenazioni di subordinate che io non avrei messo insieme nemmeno in mezz’ora di concentrazione davanti a un foglio bianco, e usava con naturalezza un registro linguistico del tutto estraneo alla quotidianità.

Marco, ho pensato, probabilmente è un genio. Di quelli con una manciata di neuroni speciali, una genetica superiorità nell’area linguistica del cervello. Forse sto conoscendo qualcuno che diventerà Qualcuno. Devo ricordarmi il nome.

Federico ha fermato la pallina, ha ondeggiato un po’ la racchetta con la mano e si è guardato intorno.
- A me l’ha detto Lucia – la nostra capa – quindi – ha abbassato la voce, avvicinandosi – credo che possa saperlo anche tu…
- Cosa?
- Hai presente che ha tutte le gambe e i piedi fratturati – ping
- Sì avevo notato
- Ha tentato il suicidio

Pong

Genialità – 1

Federico è uno dei due nuovi serviziocivilisti, arrivati a gennaio. Ha un anno più di me, due occhi trasparenti verde acqua, una passione per il tennis, l’aria spersa e teneramente paffuta.
I primi tempi passavamo i momenti vuoti giocando a ping pong, e lui ne approfittava per chiedermi informazioni su qualche paziente, collega o catetere. Tra una pallina e l’altra, mi chiedeva scusa.

- Senti ma – ping – quella signora dai capelli rossi cos’ha fatto? – pong
- L’hanno operata male – ping – tranciandole il midollo – pong
- Oddio – ha sgranato gli occhi, ping
- Beh ce ne sono diversi qui per questo motivo – pong
- Ah.. – ping, cade la pallina – Oh scusa, scusa, la prendo io
- Ma ce l’ho qui accanto
- No scusa, figurati, la prendo io

Una sera, invece, è stato lui a raccontarmi qualcosa.

- Hai presente quel ragazzo, il figlio della signora Informatica?
La signora Informatica probabilmente ha anche un nome, ma la mia testa la identificherà per sempre come quella che si affaccia al terzo piano a qualunque orario, chiedendo: “E’ aperta la sala informatica?”. E’ senza dubbio l’utente più assidua. L’ho vista spaziare da msn ai forum passando per siti di giochi arcade e altri che è meglio non citare.
- Si, ho presente – ping – mi si è anche presentato l’altro giorno. Perché?

Federico ha fermato la pallina, ha ondeggiato un po’ la racchetta con la mano e si è guardato intorno.
- A me l’ha detto Lucia – la nostra capa – quindi – ha abbassato la voce, avvicinandosi – credo che possa saperlo anche tu…

[...continua...]

Bordo

Adesso scenderei a farmi un giro
- non avessi questo raffreddore che poi, non è che ce l’ho, è più
una scusa un’interruzione -
c’è un pomeriggio pennichella così estivo e sudaticcio, da leggersi qualcosa
sul bordo del letto alzando lo sguardo fuori ogni tanto oppure
scrivere un po’ di righe a caso solo per sentire il
sobbalzo dell’a capo fuori posto – un po’ come quando stai
per addormentarti e ti sembra di ca
dere e ti svegli in soprassalto -
giocando alla soddisfazione di deciderli in anticipo
- i soprassalti, dico – che di solito son così bastardi da non
dirtelo non
dirtelo che stanno lì subito dietro e che dovresti fare at
tenzione ché la vita ti balbetta e tu
sei una parola di tro
troppe lettere per dirle tutte insieme per legarle dentro un senso – cosa? un senso e poi come potrò scappare
Certo un senso è poi un casino starci dentro meglio
il bordo del letto alzando lo sguardo fuori ogni tanto oppure

Di aver sbagliato tutto – 2

Ho passato tutta la mattina con in fronte una specie di montatura da occhiali in fil di ferro sbilenco con un pallino argentato al centro, inclinando il collo davanti al monitor in maniera abbastanza ridicola. Dovevo imparare come funzionava quel cavolo di aggeggio per non fare qualche figura barbina con Angelo: quello si scoraggiava subito di fronte alle cose complicate, per cui dovevo spacciarlo per un gioco da ragazzi.
Sapevo che far teatro per anni mi sarebbe servito prima o poi.

Dopo averci preso la mano, non sembrava nemmeno così difficile. Mi sono allenata montando e smontando la webcam e il mouse col pulsantone abbastanza volte da saperlo fare con una nonchalance quasi credibile.
Poco prima delle quattro, sono scesa in reparto per andare da un altro paziente, sperando non mi facesse perdere troppo tempo – tanto Angelo è cronicamente in ritardo, che importa. Alle quattro e dieci ero di nuovo in sala informatica: Angelo c’era già.
Ma era al tavolone centrale e stava giocando a dama col suo sfidante preferito.
Calma. Inspira, espira. Si sarà dimenticato.

- Ehm. – mettiamola sul simpatico, dài. Sorridi. – Avevamo un appuntamento, no?
- Eheh.
Eheh cosa, testa di cazzo? Uhm, no, questo non si può dire.
- …il computer…
- Aah, già – ha risposto con un sorrisino falsamente innocente, rispostando gli occhi sulla scacchiera e ordinando a sua madre la mossa successiva. Il messaggio era inequivocabile: ho altro da fare.

Ho incenerito il suo sorrisino con lo sguardo più fulminante del mio repertorio.
Poi mi sono voltata in silenzio e sono uscita prima di dire cose sconvenienti – prima di arrabbiarmi perché non mi ha gratificato, prima di forzarlo a lasciarsi salvare, prima di fare esattamente come sua madre – ah, come la capivo – quando sbraita e lo imbocca a forza perché ha faticato tanto per cucinare – rendendomi conto in un attimo di aver sbagliato tutto.

Di aver sbagliato tutto – 1

Per Angelo è stato aperto un piano individualizzato per l’utilizzo del computer. In parole povere, l’educatore dell’ospedale dovrebbe insegnarli a usarlo e fornirgli gli ausili necessari. Di otto appuntamenti che gli sono stati dati, Angelo si è presentato a un paio.
- Ma quello mi fa giocare a dama al computer – si è giustificato – o altre cose stupide…
Angelo adora giocare a dama con gli altri pazienti, e quello – Matteo l’educatore – probabilmente si è anche sforzato per trovargli un programmino che potesse usare piacevolmente per prendere confidenza col puntatore – ovvero un pallino da attaccare in fronte per gestire il mouse tramite movimenti della testa. Ma gli educatori si sforzano spesso di soddisfare le proprie esigenze.
- Dai, allora – gli ho detto con complicità – se tu vieni su domani pomeriggio andiamo su internet, ok?
- Ma Matteo?
- Appunto, non c’è a quell’ora, mi faccio dare il puntatore e te lo sistemo io.
Ovviamente non sapevo se me l’avrebbero dato, né come avrei convinto l’educatore, né se sarei stata capace di metterglielo da sola, né parecchie altre cose; ma il ruolo dei serviziocivilisti è essere giovani e avventati, oltre che illudersi di salvare il mondo.
Quella notte ho dormito male.

- Ah, ecco come si lavora! – ha scherzato Matteo la mattina dopo, beccandomi a far colazione al bar dell’ospedale. Poi si è seduto col suo caffé davanti al mio succo di frutta.
- Per i discorsi di lavoro devo aspettare che finisci il caffé? – gli ho chiesto.
- Dipende: mi andrebbe di traverso?
- Ma no dai. E’ che ieri ho fatto due chiacchiere con Angelo, e gli ho strappato un appuntamento per il computer oggi alle 4… mi chiedevo se potevi darmi il puntatore…
Matteo si è messo a ridere. – Guarda che lui non si presenta – ha scosso la testa brizzolata.
– No credimi mi è sembrato convinto stavolta…
Lui ha sorriso con la rassegnazione vissuta dei suoi quaranta-e-qualcosa-anni.
- Poi il puntatore non ce l’ho mica io – ha aggiunto – l’ho restituito giù in terapia occupazionale
- E non si può richiedere?
- Mah…
Mi stavo sconfortando.
- Senti, – gli ho detto – lo so che Angelo è lunatico, ma proprio per questo mi spiace non poter sfruttare i momenti buoni a causa di qualche stupida difficoltà logistica… se è l’occasione giusta bisogna coglierla
- Mah… io posso chiedere se me lo ridanno…

[...continua]

Quando si dice cadere in basso

I – come mai hai scelto questa facoltà?
J – …non ricordi nulla di me
I – sì è vero, non ricordo nulla di te
J – eh ma mi scoccio a ripetermi
I – non ti preoccupare, era una domanda di circostanza volta a farti sentire ascoltato.
J – grazie!
I – hahahahahah.. mi piace questa cosa di spogliare le relazioni di ogni abituale manto ipocrita. Insomma, stasera abbiamo concluso che le nostre relazioni sono motivate dal sesso o dall’egocentrismo e che tentiamo di consolarci con l’autoerotismo per sfuggire ai reciproci vuoti. Interessante no?

Mi sento proprio un essere misero in questo momento.

(Non è geniale?)

vignetta

Inutile

accennare conversazioni, abbozzare affetti, smangiucchiare sentimenti,
porgersi in frammenti,
faticare eterni inizi.

Sono così stanca.

[Di che vale la pena?]