Monthly Archives: giugno 2010

Il bello…

“…non è quando si è finito, ma quando si sta facendo una cosa con la sicurezza di poterla fare.”

(Dino Buzzati, Dialoghi con Panafieu, p. 211)

Ritorni – 3

Ciao!, quindi. Che bello rivederti, come stai, quanto tempo – hai un sorriso troppo tirato, bionda – su cosa fai la tesi, bene, bene, ma quindi come stai – me l’hai già chiesto, non ricordi? – e cosa fai qui, bene, bene, allora
(scusa ma tu come stai, davvero? – avrei chiesto, se mi avesse dato il tempo – E’ vero che coi tuoi hai problemi e
ho fatto oggi la maturità, era italiano, sì, bene, bene
(te ne vuoi andare di casa? Ma sai che mi viene in mente quando l’educatore mi chiese se potevo parlarti, riuscire a stabilire un contatto, perché eri sempre così cortese ma insieme distante, nessuno poteva capire
quindi ti laurei, e in cosa, ah, ma cos’è didattica dell’italiano?
(esattamente cosa ti succedeva e perché chiamavi fratelli quei tizi che poi si è scoperto non erano mica tuoi parenti, e sulla tua famiglia non si capiva mai niente
ma quindi come stai, bene, dai, son contenta
(certo che sto bene, e sai perché? – volevo dirle – Ti ricordi quel giorno che venni ai piedi del tuo letto e non so come venne fuori il discorso che ora non è più la stessa cosa, coi ragazzi, che non potevi nemmeno truccarti da sola, e i capelli, com’erano malmessi, ci tenevi tanto, si vede dalle vecchie foto che eri una fighetta di prim’ordine, e io, io non sapevo cosa rispondere, io dentro di me pensavo sì, hai ragione, adesso sarà un casino tesoro, e non certo per il trucco, adesso ti schiferanno e non basteranno più le tette, per le ragazze è anche più difficile che per i maschi, loro possono contare sullo spirito crocerossino delle donne, ma gli uomini, figurati, altro che crocerossini, hanno una paura fottuta, lo dicono anche le statistiche, che le donne disabili sono nella merda, nella merda, ecco ti ricordi di quel discorso, volevo dirle, ecco ricordatelo bene e sappi che

non era vero.

[Naturalmente, nulla di tutto questo è stato detto: solo Ciao!, abbraccio di ferraglia, come stai, io bene, tu, e l'esame, la tesi, ciao, tante cose.]

Ritorni – 2

In corridoio ho incontrato Anna. Un Ciao! biondo di entusiasmo, uno scontro di ferraglia per abbracciarci. E’ tornata in ospedale per una brutta piaga, oggi ha fatto lì la prima prova della maturità.
Me la ricordo la sua classe, quando andammo alla sua scuola, per spiegare la situazione ai compagni. Certe ragazze erano molto partecipi, chiedevano, s’interessavano. I maschi, con la codardia degli adolescenti, stavano tutti assieme in una fila, zitti, con lo sguardo chissà dove. Insieme alla mia capa li feci ridere, raccontai di me, spiegai che si può andare in gita anche così, mostrai come ci si sposta su una sedia.
E sbagliai tutto.

Ricordo quanto avevo discusso con l’educatore sulla possibilità che partecipasse alla gita scolastica subito dopo le dimissioni. Lei voleva, era carica di un entusiasmo raro per una neo-tetraplegica, di solito hanno paura, di solito si vergognano, o pensano di non poter più fare nulla. Mi pareva un delitto castrare lo slancio.
L’educatore parlava dei rischi, delle piaghe che spuntano così in fretta, a star seduti troppo a lungo sopra un pullman. I medici la pensavano allo stesso modo: in gita non andò.

Ora stava di nuovo in ospedale, da mesi, proprio per una piaga bruttissima.
Mi hanno spiegato che si trascurava, che voleva fare tutto, troppo, e così le è andata male.

[continua...]

Ritorni – 1

Sono tornata all’ospedale del servizio civile.

Davide ha sempre più muscoli ricoperti di lentiggini, e ha imparato a saltare sulla carrozzina quasi agilmente. E’ quello che all’epoca avevo trovato su una barella in sala computer, con aria spaesata. Quel primo giorno mi disse dei suoi viaggi intorno al mondo, dei mille sport; gli feci vedere su internet qualcosa che avrebbe potuto ancora fare.
In meno di un anno – dopo un “no, il basket proprio non fa per me, guarda ci vado solo per conoscere qualcuno come me” – si è infilato in una squadra di serie A che si allena tutti i giorni e se va bene lo pagano pure.
Con la chitarra – quella che “eh adesso faccio fatica, ho disimparato, poi non so più come fare a tenerla comodamente…” – si è rimesso a studiare e medita di diventare insegnante. Ogni tanto – lui che “io non ho mai toccato un computer, io facevo lavori manuali, o uscivo fuori, ma che è il computer…” – mi scrive su facebook o si fa trovare su skype.

- Che dici, tu che hai viaggiato un sacco – gli chiedo, appollaiata al suo letto – dove potrei andare st’estate?
- In vacanza? Va’ in Irlanda, io lì ci tornerei. Però si guida a sinistra, devi trovare qualcuno che sappia andarci…
- Praga – consiglia il vicino di letto. E’ un sardo sornione di mezz’età, dalla voce tranquilla, mai visto prima. – Certo, se non sai fare i gradini impennando te ne resti in albergo
- Eri andato da solo?
- In nove. Nove tutti in carrozzina: la mia squadra di tennis. Se ci sei già stata, allora prova Budapest. E se no Vienna. Bucarest. Polonia. L’est: l’est l’ho girato, è bellissimo; certo, ti devi un po’ adattare. – Ha elencato i suoi viaggi con poche parole, discretamente – Dublino. Ovviamente Parigi, Londra. Amsterdam…. – e ai miei tragicomici racconti d’interrail annuiva con placida cortesia, senza troppo ridere.
- Lui è un altro di quelli fortunati – mi ha poi spiegato Davide – incidente sul lavoro, sai.. quindi ha tutto. E dopo l’incidente ha messo su due società. Mi ha regalato una carrozzina da quattromila euro, tanto, non la usa mai…

[continua...]

Toppe ha cambiato la propria situazione sentimentale.

Toppe ha una relazione con Bentornata grandine

Novità

Affacciarsi sulla porta in mutande, solo per vedere la pioggia di notte -- ok, facciamolo! -- ma come ho fatto a trovarti?

- una telefonata da un altro tempo, non ho riconosciuto la voce, parlava di depressioni eppure, eppure finalmente parlava, non aveva mai parlato così a lungo -- ma certo che ti voglio bene, ma se ti ho solo rotto i coglioni, ero uno stronzo, ti volevo bene lo stesso, e adesso chissà cosa sei, ora che parli di quello lì al passato, come a dire che non c’è più, ch’è cambiato, ma chissà se cambierai mai, o sarà sempre così provvisorio il mio entusiasmo nello sperarti felice (si guarisce? Ditemi che può guarire, anche se per l’anima mutilata non ci sono protesi) -- e riesco a voler bene con una nuova libertà, adesso,

adesso che qualcuno io al lavoro ogni tanto ripenso alle cose di quando siamo insieme e devo trattenere i sorrisi altrimenti i colleghi mi prendono per matto, adesso che posso andare alle feste senza badare all’impressione che faccio, e posso anche rispondere male, chissà, sto diventando più stronza, forse solo più libera,

di essere, scegliere, rifiutare, senza correre per forza tutti i giri della giostra di possibilità perchénonsisamai, ne ho presa al volo una e adesso lasciatemi riposare, almeno per un po’, in questo angolino verde dove molte cose finalmente riescono a bastare, basta l’arietta di sera un film che fa ridere un racconto da leggere un’idea per la tesi o per il futuro,

futuro che potrei ribaltare inventare tentare senza deludermi se fosse diverso da quello per anni creduto scontato, ché i vecchi progetti, lo abbiamo visto, a farli fallire risorgono in meglio.

Stonature

Una foto in cui si atteggia a qualcun altro, qualcuno che assomigli alle facce fotografate accanto – loro sì che ridono coerentemente. Lui invece è una vecchia truccatissima con la minigonna, o un bambino strozzato dalla cravatta; un grasso scoordinato che balla al centro della pista perché lo trascinano gli amici, o un depresso che si stira le labbra in un sorriso, appena sotto gli occhi ancora umidi e pesti.
Finto.
(E finto non per colpa, ma per disperazione: di non sapere chi è)

***

Le voci troppo alte – stasera, non so perché, rimbombano più forte dentro le pareti, sono insofferente. Conversazioni che si intrecciano da un lato all’altro della stanza, come il tavolo fosse un fossato, devi urlare per raggiungere l’altra riva e sovrastare le ciarle adiacenti e far sembrare quel che dici abbastanza importante perché il discorso lanciato non sia silurato a mezz’aria dagli intercettori nemici – ovvero bombe di barzellette, io per primo ioioio, ameunavoltaècapitatoche, mancano due chili al peso forma.

***

Tu sai (inconsciamente?) di essere più avanti.

Forse lo so anche consciamente. Se non dovessi stare al gioco della modestia politicamente corretta, se non avessi qualche cattolico retaggio di buoni e tolleranti sentimenti, lo potrei dichiarare: tu sei patetico, tu mi annoi, tu invece mi dai fastidio, tu è ora che stai zitto, tu sei egocentrico, tu mi hai interrotto, tu non stai ascoltando, e così via.

Fortuna che ci sono le convenzioni sociali a salvare le apparenze – e il bisogno di compagnia a salvare le relazioni, costringendo a compromessi.

Se no, io non vorrei mai avere a che fare con una come me.

Mi sembrava un buon suono


per la felicità.

[...che comincia piano piano, spuntando da un'attesa malinconica e infinita, finché d'un tratto prende ad avanzare di buon passo - la vedi, sicura, che guarda dritto davanti a sé - poi sempre più decisa, corre, corre, corre... ]

Finalmente ho capito

che a forza di farmi compagnia, discorrendo con me stessa di me stessa, degli altri e del mondo,
mi sono diventata così amica, sorella, amante e confidente,
che chiunque altro potrà solo deludermi.
Almeno finché non mi rassegno a smettere di cercarmi negli altri.

Altri tempi

Ho trovato una vecchia bozza di post, mai pubblicato, datata 15 giugno 2008.

Vedi, ci sarebbe un balcone e una sera violacea – affàcciati - le fotografie che tengo in camera, i ricordi e le mitologie, il passato che mi porto sempre in tasca, quell’odore di giugno la sera, le mie poesie, i silenzi da stare a guardare

e non ricordo più come pensavo di continuare, né chi fosse il tu di quel vedi,

conoscendomi, il tu non c’era – forse lo speravo, lo aspettavo, e pensavo di terminare il post dicendo

ecco, ci sarebbero tutte queste cose da farti vedere, se solo passassi dalle parti della mia vita, e volessi, così, per caso, dare un’occhiata dentro, magari con un po’ di affetto.