Ticchettio

A me questi 26 anni odorano già di morte, non c’è altro da dire, e certamente non lo dirò in pubblico o suonerò ridicola, ma ogni giorno mi sembra di morire un po’ di più – e si lo sappiamo che è un effetto collaterale della vita,
solo che di solito rimane asintomatico.

E non so come spiegare che non si tratta di essere tristi, o non apprezzare, o volere qualcosa di diverso da quel che si ha. Si tratta solo di sentire il ticchettio. Vivere normalmente, come al solito, ma col ticchettio che avanza.

Quel grosso Quindici attaccato sull’armadio mi fa sempre un po’ sorridere, ma al contempo mi ricorda che è passato. Che i Quindici erano il tempo in cui tutto doveva ancora nascere, tutto era davanti. E si poteva avere l’entusiasmo che solo la speranza ti regala.

Adesso niente, lo so già dove sono arrivata. So cosa ho sperato, sono abbastanza soddisfatta di quanto ottenuto, ma semplicemente è finita. Non c’è molto di nuovo da ottenere, non molto di ciò che conta davvero, almeno.
Ci sarebbe solo da godersi il tutto, finalmente.
Proposito 2014: imparare a farlo.

[Non so perché, scrivendo godersi il tutto la mia mente ha visualizzato i genitori di Fede. Forse li vedo come l'essenza di chi è arrivato - ed è arrivato da un pezzo - al punto in cui le cose smettono di cambiare, e trascorre il suo tempo limitandosi a viverle. Nel modo più piacevole possibile.
Anche Fede ha un po' di questa essenza godereccia, e spero mi contagi. Non arriverà a tre lauree guardando telefilm, ma sono sicura che ogni suo momento sarà di qualità, vissuto in se stesso, cercato nella sua bellezza.]

Bisogna restare soli

almeno qualche giorno, perché torni la voglia di scrivere.
Bisogna aver lì fuori una nebbiolina soleggiata piena di foglie, un po’ come quella qui nel titolo,
e una musica a caso che Grooveshark decide adatta al momento.

Allora ecco, mi ricapita quasi di guardare appena oltre la soglia,
di farlo senza avere paura,
o tristezza.

Noi non siamo infinito

perché non provavamo sentimenti pànici alzando le braccia fuori dal tettuccio di un’auto in corsa, ma solo ricevendo un invito inaspettato, quando ancora nessuno ci aveva mai invitato da nessuna parte. O gironzolando in un parco in preda a un’ansia felice, alimentando l’assurda speranza che da quell’angolo comparisse all’improvviso la persona giusta. I nostri professori non erano leader carismatici e i nostri amici gay non venivano picchiati a sangue dai genitori, al limite avevano madri troppo impegnate a flirtare con gli amici dei figli.

Tuttavia, confesso che mi ha fatto tenerezza – e, inaspettatamente, non mi ha intristito.
E’ la prima volta da molto tempo che una storia (più o meno) romantica e adolescenziale non mi deprime. Piuttosto, mi è sembrata lontana e bizzarra. Tipo: tu guarda com’era innamorarsi a quel tempo, o doversi preoccupare di non essere soli. Mi sono ritrovata – con un certo stupore – a provare un qualche piacere empatizzando coi personaggi, come quando si torna a visitare un luogo dopo tanto tempo: in fondo hai voglia di restarci per un po’, immergerti in una vecchia sensazione, risentire gli stessi odori. Ma non è che ci andresti ad abitare.

Uno dei pochi aspetti che il film tratta realisticamente è l’esagerazione emotiva del liceale medio, l’ubriacatura di entusiasmo per ogni piccolo passetto della vita, forse per il semplice fatto di esserci, nella vita, anziché limitarsi a guardarla da lontano. Ero così anche io, come tutti.
Adesso è tutto più normale, stabile. Non c’è più molto da cercare: mi sono sistemata. E le amicizie sì, qualcuna va, qualcuna viene, ma insomma, sono un piacevole corollario, talvolta può essere più entusiasmante scrivere la tesi o coltivare girasoli.

Di paranoie e credibilità

Non so bene da dove cominciare.
Potremmo iniziare da quando ero seduta sul divano, con l’educatrice nuova, e le chiedevo insistentemente cosa ci facessero, quelle come lei, lì con me. Non mi piaceva il nome, “educatrice”, mi dava l’idea che io avessi più bisogno degli altri di essere educata, il che mi faceva sospettare di avere qualche malattia mentale.
Anche perché parlavano con mia madre di là, oltre la porta della cucina, e non sapevo mai cosa dicessero. Sapevo vagamente che si svolgevano riunioni su di me, che esistevano cartelle a mio nome e che diverse persone, alcune delle quali non mi avevano mai visto, si occupavano di me.

[E' così che si inizia a diffidare. Ci si sente controllati da entità nebulose e distanti, che, proprio in quanto sconosciute, non si sa bene fin dove arrivino; non si capisce fino a che punto bisogna difendersi, e allora per non sbagliare si comincia a difendersi sempre]

Oppure potrei dire di quella volta che papà mi comprò un arco bellissimo, grande, che avevo desiderato a lungo, e pochi giorni dopo, durante un litigio, lo ruppe davanti ai miei occhi, appositamente, per dimostrare che sapeva punirmi. O di quell’altra volta in cui io avevo progettato bene come scappare, sapevo che avrei potuto raggiungere la porta del corridoio e forse mia madre prima che fosse troppo tardi, e invece due braccia mi presero su dalla sedia, maledizione, avevo dimenticato di mettere la cintura, e lì, sospesa in aria, capii che non potevo più fare nulla, che non c’era più modo di liberarsi dal suo potere

[Per impotenza si urla, si urla e si piange, perché non resta più altro da fare. Piangevo molto da bambina, piangevo urlando, illusa di dare più forza a richieste che non ne avevano alcuna. Sapevo che avrei preso ceffoni, ma non smettevo di provarci.]

potere che da un certo punto in poi non si espresse più tramite schiaffi, ma solo risatine, risatine da bulletto, quello che ti prende per il culo, tutto fiero di averti fregato anche stavolta, di essere stato più intelligente, o solo più fortunato. Ogni tentativo di essere grande falliva in una risatina, per la serie ci hai provato, ma sei ancora troppo stupida, nemmeno nello scegliere i vestiti ero abbastanza brava, senz’altro mi sfuggiva qualcosa di palese che mia madre sapeva bene – ecco dove devo aver imparato il maestrinaggio – e anche i libri che leggevo erano sempre troppo stupidi, così come, ovviamente, i tentativi di tenere qualcosa nascosto,

- è stato difficile, per un certo periodo, tenere nascosto qualcosa, non potevo nascondere nemmeno quando mi scappava la cacca

e così è stato un attimo cadere nel ridicolo, vedere ogni tentativo di affermazione trasformarsi in patetiche velleità di un’eterna adolescente, sempre guardata dall’alto, oggetto di gentile condiscendenza – la stessa con cui si lascia che i bambini giochino a fare i grandi, tanto si sa bene che è solo un gioco, che sono i veri grandi ad avere sempre in mano, fermamente, il controllo della situazione.

[E qui nasce la vergogna, si smette di comunicare qualunque cosa per evitare che arrivi la derisione, si evita di mostrarsi adulti perché non ci cada sulla testa la smentita, per non essere guardati come poveri idioti.

Molto meglio nascondersi, ora che finalmente si può, godersi il sottile piacere di starsene dietro una tapparella chiusa, sicuri e caldini in un posto dove si riesce a stare soli, dove non mi troverà nessuno, al riparo dalle prese in giro e dai fallimenti.]

E la paura di essere ridicoli si estende ai contesti extrafamiliari, grazie alle gentili vecchiette, alle carezzine sulla testa, allo sguardo di incerta diffidenza che leggo negli occhi di chi si domanda se sarò poi attendibile, se avrò davvero l’età che millanto, se non farebbero bene a parlare coi miei genitori, se non sia meglio assecondarmi, quando mi arrabbio, perché vuoi mai che dipenda da qualche disturbo comportamentale, o anche soltanto dalla frustrazione per l’ingiustizia naturale che da sempre mi affligge.

Devo essere più equilibrata, più normale di tutti: difendere i miei diritti ma senza eccedere, o sarei una rabbiosa frustrata; avanzare dubbi ma non insistere coi sospetti, o sarei paranoica; tentare critiche ma morbidamente, o sarei nichilista. Perché la mia credibilità con gli estranei è appesa a un filo

- l’ho visto al tirocinio, con gli utenti accolti o respinti sulla base di un’intuizione, per una frase fuori posto, un abito sconveniente o un’incoerenza nel racconto

e da essa non dipende soltanto il mio sense of agency o la mia autostima, ma, a quanto pare, la possibilità di veder riconosciuti bisogni e non capricci, problemi reali e non deliri, diritti e non contentini.

A day late for Spring

Come on hurry up now

We’re a day late for Spring

If we sneak in through April

We won’t miss a thing

Fine del tirocinio

Nevi

…c’è la neve e la neve da qualche anno ha un significato,
c’è stata quella della prima volta,
e poi quell’altra così bella, ricordo che lo era anche se non ricordo più perché,
anche se ora non me lo spiego più del tutto, ma mi aggrappo a questa convinzione come a una fede,
è l’unica cosa che mi resta di certi ricordi, il ricordo di averlo ricordato, io ricordo che mi sembrava così bello
e allora doveva esserlo, doveva.

E ora c’è questa, in cui assaporo il mio futuro lavoro, provo una vera soddisfazione nel farlo, mi appassiona,
e lì fuori c’è un alberino di natale un po’ in ritardo a farmi compagnia, sono da sola e forse un po’ mi spiace,
però può darsi che mi faccia bene, perché in effetti dovrei imparare ad avere una neve per me,

solo per me, da guardare senza ricordarmi di nessun altro,

qualche volta ci penso, i miei venticinqueanni, che continuano a sembrarmi troppi, non è che possa trascorrerli cercando sempre di riempirli con qualcun altro, di connettere ogni immagine a un ricordo o a un desiderio,
forse qualcuna, tipo la neve che cade là fuori, dovrei imparare a guardarla e basta, guardarla cadere, per quello che è, adesso, senza trasformare il mondo in una frotta di correlativi oggettivi,

o appena sbiadirà anche il ricordo del ricordo non mi resterà niente di nuovo da ricordare.

Innamorati

Faccio colazione

parco davanti alla mia finestra

di fronte a qualcosa del genere – finalmente riesco a rivedere una mattina, dopo giorni di nottambulismo; ho acceso la radio in sottofondo, e mi è sembrato strano avere di fronte un po’ di vuoto per pensare.

Un tempo passavo ore intere a parlare tra me e me. Mi raccontavo di tutto, parlavo con chiunque.
Non so se fosse una cosa buona o cattiva, ma ero molto in contatto con me stessa. Mi collocavo ogni volta nel punto giusto del mio grafico esistenziale, verificando cos’avevo fatto fino ad allora, e dove volevo andare.
Come corollario, avevo un sacco di materiale per post.

Poi è successo. E i miei monologhi si sono trasformati in un ossessivo, vorticoso ruminare quell’unico argomento. Per mesi. Dialogare con me stessa è diventato disturbante, così, appena ho avuto le forze per svincolarmi, ho cercato ogni scusa per mettermi a tacere.
Senza accorgermene, sono diventata incapace di passare un minuto senza fare nulla – e un cellulare col wireless non aiuta. Controllo facebook anche mentre sono in bagno. Se mi sfiora un pensiero qualunque, lo invio per sms.
E’ così difficile starci di fronte da sola, ai pensieri, non sai mai se a quello poi se ne attaccherà un altro, e un altro ancora, fino a condurti là dove non vuoi arrivare.

Ho iniziato a non sopportare la casa vuota, quella che avevo lottato per ottenere, e che una volta adoravo. Mi piaceva avere uno spazio liberissimo, dove potevo canticchiare, condire fette di pane e salmone o giocare con la pasta di sale. E, naturalmente, parlare da sola finché mi pareva.
Adesso questa casa cerco di riempirmela il più possibile, e quando sono costretta alla solitudine perlopiù mi attacco al computer, quella magnifica droga, o al limite studio a testa bassa, con meccanica determinazione.

Così, ho un po’ perso le coordinate. Mi si è ristretto lo sguardo, ho zoomato sui dettagli, sempre gli stessi, sempre più grandi, sempre più isolati dal resto, scollegati da un senso.

A forza di osservarmi

ho imparato a leggere tutti i livelli del mio umore.
C’è quello che si diverte – incredibilmente – chiacchierando con Gianma e gli altri,
e quello che a tratti mi fa perdere lo sguardo nel vuoto, dietro alla solita nostalgia.

A volte mi scopro a osservare tutto questo come dall’esterno – sarà colpa del manuale di psichiatria – e con un certo distacco, quasi chiedendomi chissà quale neurotrasmettitore mi è improvvisamente calato nel cervello.
Osservo l’oscillazione, fino a un certo punto le dò corda (ci sono comunque dentro, non posso non credere per niente a ciò che sento) e intanto aspetto che passi, sperando che stavolta duri poco.