Senso - 2
I cerebrolesi non sono più loro, volevo dirle. Loro sono vivi, ma la loro identità è morta il giorno che si sono schiantati da qualche parte staccandosi un pezzo di testa. Mi è tornata in mente la testimonianza di una signora che, dopo un annetto di coma e dieci di rincoglionimento a vari livelli, aveva ripreso pian piano tutte le sue funzionalità, e ora stava su un palchetto a raccontarlo. Diceva: “io ero io. Sono sempre rimasta io“.
Certamente la sua storia mi aveva interrogato. Ma è una su tantissimi, e penso che, per i molti crani deformi che vedevo ciondolare fuori dal reparto, si potesse già escludere un epilogo così fortunato. Mi domandavo seriamente che senso avesse continuare a vivere, per loro.
Questo, però, era troppo politicamente scorretto anche per l’ultimo giorno di servizio civile. Così mi sono limitata ad assecondare la perplessità esistenziale della dottoressa.
- Dev’esserci qualcosa che rimane, anche in loro - ha continuato lei. - Dev’esserci un senso.
Parlava con voce coinvolta, sembrava avesse appena scoperto che c’è il male nel mondo. Mi son chiesta se non fosse approdata da poco in quell’ospedale.
- Lei è da poco che è qui?
- Tre anni.
Diamine, tre anni. Quindi non ha attaccato discorso con una sconosciuta per sfogare un improvviso sbandamento emotivo. Qualcosa non mi tornava.
- In ogni caso… un senso… eh. - L’ho guardata. Dovevo risponderle davvero, dimenticando le frasi dei corsi psicologici? Era ancora in piedi dove si era fermata, non guardava verso il suo bugigattolo e non accennava ad andarsene. Quindi non aveva fretta. E poi, mi aveva fermato lei. Dunque - ho concluso, mentre il ping pong schiamazzava ancora - possiamo tentare un approfondimento.
- Cos’è un senso?
- …Bella domanda - rifletteva. - E’ una causa… una causa, e anche uno scopo. - Ho avuto la sensazione di aver già fatto questo discorso un milione di volte, dalla prima ora scolastica di filosofia su Aristotele all’ultimo gruppo cattolico in cui battibeccavo. La risposta, perciò, mi è uscita quasi annoiata.
- Forse le cose, semplicemente, accadono - le ho detto. - Siamo noi che ragioniamo di cause e scopi. - Per un attimo avrei voluto aggiungere “e poi, se anche trovassimo qual è lo scopo, potremmo chiederci quale sia lo scopo dello scopo, la causa della causa, il perché di Dio”, ma mi è sembrato così trito e banale che ho lasciato perdere. E poi avevo il sentore che non avrebbe potuto funzionare.
- Io… - ha ripreso - ho una visione cristiana dal mondo.
Infatti, non avrebbe potuto funzionare.
- Per questo penso che ci sia un senso, c’è un disegno per tutto, e noi non lo capiamo perché è Dio troppo grande per la nostra mente, quelli che per noi sono problemi… nell’ottica di Dio non sono niente, capisci?
Capivo così bene che nel giro di un secondo mi era venuta in mente una decina di argomenti incontrovertibili per risponderle, ma poi ho capito ancora meglio e ho pensato che, se volevo tornare a casa entro un’ora decente, era il caso di annuire.
- Sì, capisco.
Ho detto “sì, capisco” svariate volte, finché sono riuscita ad augurarle buon lavoro e ad avviarmi a prender le mie cose in sala informatica.
Mi sembrava bello, comunque, che una dottoressa credesse. Trasmetteva sicuramente più fiducia di me.
Senso - 1
- Vai al terzo?
- Sì.
Salivo insieme a una donna intabarrata nel camice verde, con in testa la cuffia da medico della terapia intensiva. Uscite dall’ascensore, ci stavamo dirigendo lei verso il bugigattolo dei medici di guardia, io verso la sala informatica.
- Tu vieni spesso qui? - si è fermata. Strano che un medico si fermi e ponga una domanda sorridendo.
- Alcuni giorni la settimana; - ho spiegato - faccio servizio civile qui. Ormai è un anno, anzi… questa è proprio l’ultima sera.
Poco più indietro, qualcuno schiamazzava giocando a ping pong. Ho ricordato la prima volta che sono uscita da quell’ascensore, vedendomi schizzare davanti una pallina, seguita da due carrozzine all’inseguimento.
- Aah, però. Strano, non ti ho visto in giro… allora hai finito. E poi che farai?
- Mah, continuerò a studiare. Faccio Lettere - le ho detto, sempre più perplessa dalla sua aria accogliente. Non ho mai visto un medico che non fosse di fretta. Si era sistemata di fronte a me, in piedi ma con l’aria di chi si accomoda per la conversazione.
Mi ha chiesto quando intendevo laurearmi, e se avevo idee per la tesi.
- Non mi faccia domande difficili! - ho scherzato.
- Perché non sfrutti l’esperienza che hai fatto qui? - mi ha suggerito.
- Beh, non è molto attinente…
- Come no! Ci sono… ci sono tanti argomenti invece… - ha cominciato ad annuire, pensosa - che so… la sofferenza nella letteratura.
Ho cercato di non ridere.
- Avresti tanti spunti, non trovi?
- Mah, guardi. Forse proprio perché ne ho vista parecchia, credo che oltre le riflessioni… le filosofie… ecco, se posso parlare in parole povere, al di là di tutte le pippe mentali che ci possiamo fare sulla sofferenza - (mi sono chiesta se pippe mentali fosse un’espressione adeguata a una conversazione di circostanza con un medico sconosciuto, e mi sono risposta che l’ultimo giorno si poteva fare anche questo) - la conclusione è che comunque la mattina ci alziamo e dobbiamo vivere, via.
Godevo a riportare il discorso su un piano cinico e apparentemente superficiale. Doveva esser la soddisfazione per la scoperta di non aver più bisogno di dimostrarmi a ogni costo persona profondissima - credo succeda quando uno si convince finalmente di esserlo davvero.
Sulla dottoressa è passata una rapida ombra di delusione. Poi ha elaborato i suoi argomenti, calibrando un vigile tono accomodante.
- Certo, ma sai… un conto è per gli autonomi, io una volta a un paziente gli dissi guarda, tu hai le braccia, tu sei a posto, ti farai una vita più o meno normale. Ma gli altri? Io lavorando qui mi sono molto interrogata sul senso di tutto questo…
- Beh, per i tetraplegici si può sempre recuperare un’autonomia mentale, l’autonomia di gestire la propria vita e le persone che ti aiutano - ho risposto. Mi ero salvata recuperando dalla memoria un argomento che dovevo aver sentito a qualche corso psicologico.
- Sì… sicuramente - ha ripreso - ma… ma… allora quelli che non hanno più nemmeno quella possibilità?
- I cerebrolesi?
[…continua…]
Me ne sono accorta
all’improvviso, mentre poggiavo la mano sul bracciolo come al solito, per saltare sulla sedia. E’ stato in quel momento, mentre per scendere dal letto saltavo come un gatto su una sedia, come ho sempre fatto, come farò sempre. Stavo per andare in sala, dove papà, in pigiama, avrebbe soffiato sulle candeline del suo compleanno, e la mamma avrebbe scattato una foto mossa della patetica pantomima familiare. In due minuti tutto sarebbe finito, avrei lasciato nel piatto la mia fetta di torta troppo liquorosa e sarei tornata a chiudermi in camera.
Ma intanto, dicevo, vedendo la mia mano stringere il bracciolo, me ne sono accorta:
la mia vita è diversa. Lo è sempre stata e lo sarà sempre. Sempre. Ripeto l’anafora finché la parola perde il suo significato, disfandosi nei suoni: sempresempresempre. S e m p r e.
Quei due di là, che mi aspettavano per la pantomima, lo sapevano. Hanno scelto di far sì che un giorno, per festeggiare il compleanno di papà, io saltassi giù dal letto appoggiando una mano sul bracciolo di una sedia. Non accade a molti altri: loro due, trent’anni fa, hanno iniziato una vita profondamente diversa.
Anche il pensiero salta, e in un attimo dal sempre arriva al mai. Ci sono cose che non ho mai fatto. Che non farò mai. Che non saprò mai che effetto fanno.
E non mi riferisco alle molte banalità di scarso interesse cui probabilmente state pensando, come il modo di scendere dal letto.
Il vero rimpianto - l’unico forse - è che non potrò mai sperimentare davvero la tiepida, leggera sicurezza di chi si gioca tranquillo la vita e l’amore - magari d’azzardo, perdendo o scappando, ma almeno sapendo che potrà giocare con tutte, proprio tutte le carte che trova.
(E non restare per sempre incartato, aspettando quel Jack che ti manca per chiudere)
[E se fossero già usciti tutti?]
…Poi vi spiego
Da oggi nuova vita.
Limbico - 4
Alle 17.28 ho suonato il campanello. L’infermiera mi ha aperto la porta blu con una gentilezza serena, molto rassicurante.
La prima persona che ho visto oltre quella porta si chiama A.. Me la ricordo molto bene. Andavamo alla stessa scuola elementare e lei era il mio incubo, perché correva e abbracciava tutti stringendoli troppo forte, e se avesse abbracciato me allo stesso modo mi avrebbe fatto male. Mi ha guardato, lì dietro l’uscio, con quella sua bocca semiaperta sul corpicino magro e scattante. Ho avuto istintivamente paura, e ho cercato di allontanarmi più in fretta possibile. Lei mi ha detto: “Ciao”, ma ero già troppo lontana per rispondere.
- ***? Certo, prima era in sala, vediamo… - ha detto l’infermiera, quando le ho chiesto di lui. Sala? Ok, forse niente celle stile carcere, c’è pure la sala. In effetti era un ambiente luminoso, con un paio di tavoli, la macchinetta delle bibite, larghe finestre e una porta aperta: oltre, s’intravedeva un giardino e la testa di *** al di là dei vetri.
- Che piacere vederti, che sorpresa! - mi ha detto, affacciandosi dentro, e mi ha dato i due bacetti di rito.
Ok, la faccia di un matto era esattamente quella che conoscevo, né più né meno. E anche la voce, e anche l’entusiasmo al vedermi. Questa faccenda dello psichiatrico pareva sempre più complicata.
Mi ha fatto uscire nel giardino. L’aria profumava di non so che pianta e l’atmosfera era lenta, senza rumori; qualcuno passeggiava, qualcuno chiacchierava piano. C’erano altre persone, ma non tante da non poter restare soli. Al massimo, vedevi una ragazza avvicinarsi mentre inseguiva un gatto.
*** mi ha accompagnato a una panchina un po’ in disparte e si è seduto di fronte a me. L’ho osservato, nella luce calda del pre-tramonto, cercandogli nel viso una risposta, una spiegazione di cosa fosse quella cosa da cui doveva trovar pace.
Mi è sembrato avesse più capelli bianchi e come un’ombra attorno agli occhi, ma forse era solo suggestione.
Mi ha raccontato di quando, mentre studiava in biblioteca con una collega, all’improvviso si è sentito smarrito. E tutte le cose intorno diventavano distanti, inaccessibili, e lui inaccessibile alle cose, in un’irrisolvibile separazione, con solo la voglia di andare lontano, via da quell’insieme di cose che sono lì ma non sono te.
- Prova a immaginarlo - mi ha detto - come ti sentiresti se ti capitasse così?
Ci ho pensato un po’. Facevo molta fatica a immedesimarmi. Credo mi farebbe paura, una paura tremenda di solitudine totale.
- Sola - ho risposto, guardandolo negli occhi. L’avevo sempre guardato mentre parlava, ma ora volevo guardarlo esattamente negli occhi castani, esattamente dentro. - Mi sentirei molto sola.
Ha annuito piano.
Poi mi ha spiegato del tatto, di come diventava abnorme anche la percezione usualmente ignorata di un tavolo sotto le mani.
Mi sembrava di sentire Sartre descrivere la sua Nausea.
Lentamente ho ricostruito la storia che mi aveva solo accennato: qualche tempo fa aveva avuto un attacco di ansia simile, e per questo motivo era stato ricoverato in quella casa di cura di cui mi aveva accennato. Dopo una decina di giorni era andato via, sentendosi meglio, ma ora voleva tornarci.
- E’ così pacifica - diceva. - Anzi, limbica. Un mondo sospeso, questo giardino al confronto non è niente. Se avessi una stanza e una biblioteca ci starei tutta la vita - sorrideva. - E poi amo la compagnia di persone singolari.
Ecco perché ci siamo incontrati.
Una ragazza si è avvicinata e gli ha chiesto di restituire un centesimo alla sua amica. Lui l’ha guardata con molta tranquillità, spiegandole di non aver mai prestato un centesimo alla sua amica. Lei ha insistito un po’, poi, perplessa, si è allontanata.
- Vedi - mi ha spiegato - ci sono quelli così, o quelli che vivono completamente scollegati dalla realtà, come quel signore laggiù, che parla con la sua mano. Con molti altri invece si può parlare normalmente, sono come me e te…
Ho avuto un brivido a quell’inclusione: io, come lui? Lui, come gli altri? E quali altri? Dov’era esattamente la follia in quel giardino, chi erano i sommersi e chi i salvati? Chi è che passava per curarsi un disturbo come un’infezione, e chi invece restava parcheggiato nel suo vuoto di esistenza?
La mezz’ora scorreva in fretta. Mentre lo ascoltavo, temevo che mi sarebbe sfuggito quell’attimo sospeso prima di avergli rubato ogni odore, e le sue parole prima di avergli preso la verità e il mio silenzio prima di averlo rotto in una confessione - volevo dirti com’era stato cercare il tuo nome in ospedale e girovagare quel pomeriggio in attesa e la paura di trovarti diverso e poi il sollievo di trovarti uguale e allora il dubbio di scoprirti un giorno qualcos’altro che non so, qualcosa che mi sfugge.
Infatti non ne ho avuto il tempo. Un’infermiera ha invitato i visitatori ad uscire; *** mi ha riaccompagnato alla porta blu.
Passando, si è fermato accanto a una pianta di bacche e ha abbassato un ramo, per farmi sentire meglio il profumo del giardino.
Limbico - 3
Non ero mai entrata in un reparto psichiatrico. Lo immaginavo confusamente come un luogo pericoloso, dalle architetture carcerarie, in cui le visite venissero rigidamente regolate, e magari filtrate da qualche dottore incaricato di stabilire se il visitatore avrebbe traumatizzato il paziente.
Ho aspettato fuori dalla porta blu non so quanto, senza decidermi, scorrendo le bacheche con le informazioni sulla privacy e sui gruppi di “auto mutuo aiuto” e il cartello “zona videosorvegliata”. Ho visto passare un paio di volte qualche infermiere, ma non ho avuto la prontezza di chiedere. In compenso ho notato che, per uscire dalla porta blu, dovevano aprirla con una chiave.
Alla fine ho fermato tre infermieri che uscivano ridendo a voce troppo alta.
- So che una persona che conosco è ricoverata qui… e… ehm..
Un’infermiera bassina mi guardava con aria disponibile. Ho pensato che dovevo avere un’espressione parecchio spaesata.
- Ecco.. qual è l’orario di visita?
- Dalle 17.30 alle 18 - mi ha risposto.
- Ah. Ma.. ecco.. poi.. cioè se torno in quell’orario poi posso entrare, cioè, io non so nulla, non so se può ricevere visite….
L’infermiera era perplessa. Iniziavo a sentirmi un po’ scema.
- Non so se c’è ancora il medico. SPINEDIIIIIIIIIII! - ha urlato.
- Oooou! - ha risposto una voce lontana.
- Ecco, visto, c’è! - ha sorriso lei - Venga qui che c’è bisogno di lei! - ha urlato di nuovo. Poco dopo è apparso un pelato in camice.
- Ou, cosa c’è?
- Qui c’è bisogno di lei, e lei non se ne accorge, dottore! - ha detto allegra l’infermiera (sempre a voce troppo alta).
- Ma io che ne sapevo che c’era bisogno di me!
- C’è una signorina che chiede, dottore.
Al che si è voltato, accorgendosi di me, e ha cercato di darsi un tono.
Io cominciavo a temere che lavorare coi matti fosse deleterio.
Il medico era di quello di guardia, non conosceva *** e non mi ha saputo dire nulla, se non che senz’altro sarei potuta entrare nell’orario di visita.
Mancavano più di quattro ore, e non avevo voglia di tornare a casa. Ho passato un po’ di tempo fuori dall’ingresso del padiglione; era una bella giornata.
Una signora fumava a qualche metro da me. Forse era parente di qualcuno. Avrei voluto chiederglielo. Avrei voluto dirle sa, io non so niente di queste cose, mi avevano solo invitato a pranzo, era una persona così interessante, insolita, si figuri sembrava quasi che dovessimo diventare coinquilini, ma guarda te, poi invece era un matto, oddio in realtà non lo so, potrebbe avere qualunque cosa, però sa, io mi faccio dei gran viaggi mentali perché non so niente di queste cose, dicono psichiatrico e fa paura, ecco, perché è una cosa sconosciuta, non è come se ti rompi una gamba e più o meno sai quello che succede, se sei psichiatrico non si può mai dire.
La signora ha finito la sigaretta ed è andata via. Poco dopo mi ha camminato davanti un uomo in pigiama, con lo sguardo fisso; mi è passato troppo vicino ed è andato a sedersi al posto della signora.
Ho lasciato la macchina parcheggiata dov’era e ho passeggiato un po’ a caso. Ho trovato una gelateria, ho pranzato con un gelato e poi sono rimasta lì un’oretta a leggermi quasi tutto il Corriere della Sera. Poi ho ripreso ad andare, e mentre andavo immaginavo di raccontare, come sempre quando mi succede qualcosa. Racconto e racconto e racconto nella testa, tante volte finché il racconto viene bene, e poi di nuovo cambiando interlocutore, perfezionando i dettagli, i commenti.
Sono finita in un parco. Mi sono distesa sul prato, sotto un albero, ascoltando i discorsi di due vecchiette sulla panchina accanto.
Mancava ancora tanto tempo da aspettare. E c’era una tale pace.
[…continua…]
Limbico - 2
Ammetto che un po’ me lo aspettavo. Era quell’altra cosa.
Il presagio mi veniva da un suo racconto vago: mi aveva detto di un soggiorno recente presso una casa di cura particolare, un luogo tranquillo dove aveva trovato pace. Da cosa, non mi era ben chiaro.
A questo punto ero decisa a dare contorni più definiti a quel cosa. Forse non volevo più cercare *** per vederlo - non sapevo nemmeno se avrei potuto vederlo - ma almeno per carpire qualche informazione da un dottore di passaggio, un infermiera, o la sua faccia.
La sua faccia. Come dovrebbe essere la faccia di un matto? E che matto sarà? Potrebbe essere un violento, di quelli che sembrano normali e poi esplodono, forse mi sono cacciata in un guaio, forse dovrei scappare finché sono in tempo, finché non lo conosco, finché non gli voglio troppo bene.
Ho guardato il braccialetto colorato che mi aveva regalato l’altra mattina. Ne aveva presi due da un marocchino che ci aveva impezzati al bar; lui si era legato l’altro al suo polso grande il doppio, poi l’aveva annodato a me, commentando affettuosamente che un braccino così sottile veniva voglia di proteggerlo.
Sono andata all’indirizzo che mi ero fatta dare dall’omino dello sportello. Ho parcheggiato la macchina e ho cercato di orientarmi tra le indicazioni dei vari padiglioni: Oculistica, Prelievi, Padiglione Uno. Psichiatrico non c’era da nessuna parte. Ho raggiunto un enorme pannello nero, con disegnata la mappa di tutta l’area ospedaliera, e accanto una fittissima lista di nomi. P, P, P, Presidio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, eccolo.
Ho pensato che devono aver scelto un nome così perché pare più rassicurante, accanto a “psichiatrico” c’era “diagnosi e cura”, insomma, qualcosa che dà speranza. Di fianco a “Presidio Psichiatrico di Diagnosi e Cura” c’era un quadratino azzurro spento. L’ho cercato nella mappa e corrispondeva all’ingresso che avevo davanti: Padiglione Uno.
Chissà perché non chiamano le cose con il loro nome.
Allo sportello informazioni c’era un signore coi capelli unti che guardava una piccola tv. Non mi ha sentito arrivare, al mio “scusi?” è sobbalzato e ha spento in fretta. Ho detto il nome del paziente che cercavo. Quando l’ha trovato, sul monitor, ha alzato le sopracciglia.
- E’.. ecco… guardi… è di là, a destra, ora in teoria non sarebbe orario di visite, perché vede è.. è…
- E’ allo psichiatrico, lo so.
Cominciava a urtarmi l’onnipresente censura su questo nome. Avevo bisogno di essere rassicurata, non di un impiegato che balbetta.
- Ecco appunto. L’orario è dalle 17.30 alle 18. Però può provare a suonare, guardi giri a destra dopo la fila di sedie…
Dopo la fila di sedie c’era finalmente un’indicazione col nome giusto; l’ho seguita e sono arrivata di fronte a una porta metallica blu, chiusa, con una specie di piccolo oblò su ogni anta. Era ancora l’una, decisamente troppo presto. Sono rimasta in quell’angolo di corridoio senza finestre, un po’ buio, con alcune sedie da sala d’attesa fissate a una parete. Non c’era nessuno.
[…continua…]
Limbico - 1
[Anche questa è una storia, è vera, ma non c’entra con le altre]
Mi sono perfino vestita quasi bene, scendendo dalla macchina ho controllato i capelli nello specchietto, poi ho suonato allo studentato e il portiere mi ha aperto.
- Chi cerchi?
- ***. Non so che stanza sia.
- Ma perché, è tornato?
Dove dovrebbe essere andato?, ho pensato. Si riferirà ancora alle vacanze estive.
- Sì sì, è tornato, cioè l’ho visto una settimana fa…
- No è stato dopo… direi.. tre giorni fa è andato in ospedale.
Sbam.
Ho rapidamente immaginato tutte le scene madri da film, in cui scopri all’improvviso del terribile incidente e ti precipiti a camminare avanti e indietro davanti a una terapia intensiva. Dopodiché mi sono sentita ridicola, magari si è solo rotto una gamba. Oppure è quell’altra cosa… Ma perché ha il cellulare spento?
Sono uscita dallo studentato lentamente, per avere il tempo di elaborare il fatto e il da farsi. Che buffo, l’avevo immaginato quel pranzo arrangiato nella sua cucina, la camera che mi avrebbe fatto vedere - i quadri, diceva, voleva metterci tanti quadri - e poi il giro nel pomeriggio, - aveva detto pranziamo presto, così avremo tempo - magari in un bel posto verde e pacifico, pacifico come il suo modo di parlare.
Ma: cambio di programma, come sempre per le cose immaginate.
L’ospedale più vicino era a pochi minuti. Non mi costava molto andare a controllare - forse era patetico, ci conosciamo appena, perché andare a cercarlo, che direi se lo trovassi?
Ho raggiunto un padiglione a caso. C’era l’indicazione “Informazioni”, una famigliola che chiacchierava sulla panca davanti all’ingresso e una vecchietta su una carrozzella con una flebo dietro. Sono entrata e mi sono avvicinata all’omino dietro allo sportello.
- Scusi, cercavo un paziente, ***
- Un attimo che guardiamo - ha risposto l’omino. - Ah, sì, c’è. Ma… non è qui. - Aveva un’esitazione nella voce. Mi ha guardato con gentile compassione, come per dire “lei questo dovrebbe saperlo: se non lo sa, quante altre cose non sa di lui?”.
- E dov’è?
- Allo psichiatrico.
[…continua…]
Niente da fare
Il Fatto Quotidiano è deludente.
1) Titoli gridati e quasi scandalistici - il che non è un male assoluto (potrebbe essere solo cattivo gusto) ma lo diventa quando, per gridare, si cade nell’approssimazione. E l’approssimazione non è perdonabile a un giornale che deve i suoi abbonamenti alla fama di Travaglio, il vate della pedanteria.
2) Articoli privi di qualsivoglia pluralità di punti di vista. Ho capito che vi documentate e sapete quello che dite, ma se c’è una divergenza di opinioni vorrei sapere anche le opinioni dell’altro. Poi dimostratemi pure che l’altro ha torto; però intanto voglio sapere cosa pensa.
3) Monotematico. La cronaca giudiziaria è interessante, ma l’ultimo inciucio di Gianni Letta mi riguarda meno delle leggi sull’Università, al momento. I fatti ci sono, sì, ma per lo più sono quelli utili ad alimentare la polemica politica, invece che a farci capire le cose.
Travaglio potrebbe spiegare alla perfezione le ultime leggi del Parlamento usando le stesse energie che ha impiegato per trovare le 17 (di numero) citazioni necessarie a dimostrare che D’Alema si è contraddetto.
4) Cattivo gusto e cadute di stile. Nei titoli, come già detto, e non solo. Ho riso, certo, sulla vignetta in cui Berlusconi parla peggio di un livornese, ma non erano propriamente risate compiaciute per la sottigliezza dell’ironia.
A sua discolpa: il Fatto Quotidiano deve “coprire un buco”, dando informazioni che gli altri non darebbero mai; perciò - anche visti i nomi dei giornalisti coinvolti - era prevedibile che si concentrasse sugli ambiti tipicamente afflitti da censura.
Altro punto a favore: i contenuti degli articoli sono, mediamente, molto più concreti e circostanziati di quelli cui siamo abituati, dove bisogna raggiungere metà articolo solo per capire di che diavolo si sta parlando.
A volte, ad esempio, il titolo grida qualche terribile scandalo, il tono dei primi paragrafi sembra convincerti che sì, sei di fronte a un’altra grave ingiustizia, ma poi, se leggi bene fino in fondo, il giornalista ti dà anche tutti i dati per dubitare. Ti urla che il servizio della Iene sugli immigrati uccisi dalla Guardia Costiera è stato oscurato, però riporta pure versioni molto contraddittorie sull’accaduto, chiarisce che il processo è ancora in corso e che via, in fondo pure le Iene stesse hanno convenuto che non è sbagliato aspettare la sentenza prima di mandarlo in onda.
Insomma, c’è qualcosa di buono, ma in fondo, troppo in fondo per un giornale che si millantava rivoluzionario per oggettività. E invece punta allo scandalo come tutti gli altri - se non di più.Il Fatto Quotidiano è deludente.
1) Titoli gridati e quasi scandalistici - il che non è un male assoluto (potrebbe essere solo cattivo gusto) ma lo diventa quando, per gridare, si cade nell’approssimazione. E l’approssimazione non è perdonabile a un giornale che deve i suoi abbonamenti alla fama di Travaglio, il vate della pedanteria.
2) Articoli privi di qualsivoglia pluralità di punti di vista. Ho capito che vi documentate e sapete quello che dite, ma se c’è una divergenza di opinioni vorrei sapere anche le opinioni dell’altro. Poi dimostratemi pure che l’altro ha torto; però intanto voglio sapere cosa pensa.
3) Monotematico. La cronaca giudiziaria è interessante, ma l’ultimo inciucio di Gianni Letta mi riguarda meno delle leggi sull’Università, al momento. I fatti ci sono, sì, ma per lo più sono quelli utili ad alimentare la polemica politica, invece che a farci capire le cose.
Travaglio potrebbe spiegare alla perfezione le ultime leggi del Parlamento usando le stesse energie che ha impiegato per trovare le 17 (di numero) citazioni necessarie a dimostrare che D’Alema si è contraddetto.
4) Cattivo gusto e cadute di stile. Nei titoli, come già detto, e non solo. Ho riso, certo, sulla vignetta in cui Berlusconi parla peggio di un livornese, ma non erano propriamente risate compiaciute per la sottigliezza dell’ironia.
A sua discolpa: il Fatto Quotidiano deve “coprire un buco”, dando informazioni che gli altri non darebbero mai; perciò - anche visti i nomi dei giornalisti coinvolti - era prevedibile che si concentrasse sugli ambiti tipicamente afflitti da censura.
Altro punto a favore: i contenuti degli articoli sono, mediamente, molto più concreti e circostanziati di quelli cui siamo abituati, dove bisogna raggiungere metà articolo solo per capire di che diavolo si sta parlando.
A volte, ad esempio, il titolo grida qualche terribile scandalo, il tono dei primi paragrafi sembra convincerti che sì, sei di fronte a un’altra grave ingiustizia, ma poi, se leggi bene fino in fondo, il giornalista ti dà anche tutti i dati per dubitare. Ti urla che il servizio della Iene sugli immigrati uccisi dalla Guardia Costiera è stato oscurato, però riporta pure versioni molto contraddittorie sull’accaduto, chiarisce che il processo è ancora in corso e che via, in fondo pure le Iene stesse hanno convenuto che non è sbagliato aspettare la sentenza prima di mandarlo in onda.
Insomma, c’è qualcosa di buono, ma in fondo, troppo in fondo per un giornale che si millantava rivoluzionario per oggettività. E invece punta allo scandalo come tutti gli altri - se non di più.
Ecco perché mi sono abbonata al Fatto Quotidiano
(da un commento di un lettore sul blog di Luca Telese - giornalista, come Travaglio, del Fatto Quotidiano)
“Travaglio fa il fascista di sinistra e tu (Telese) fai il comunista di destra, ma entrambi pensate solo ai cazzi vostri”
Forse sono visceralmente attratta da chi sta dove non dovrebbe. (I più acuti noteranno analogie con la mia carriera politico spirituale, sempre coerentemente contraddittoria)
[E se Travaglio si fa i cazzi propri, mi auguro che tutti i giornalisti comincino a farsi i cazzi propri in quel modo.]