Monthly Archives: novembre 2009

A volte m’innamoro

di me.

Nella scrittura. Lo ammetto, il mio narcisismo ha un ambito ridotto ma un’intensità deflagrante. Mi leggo e mi rileggo. Mi consolo pensando che non è puro piacere estetico: amo anche quel che racconto, e quel che racconto è quel che ho vissuto.

Oddio, quindi amo quel che ho vissuto?

[Ehi, ho detto una cosa positiva. Ma questo blog non può mica perdere la sua identità Importante e Sconsolata (cit. G.)!]

Compressione

Funziona più o meno come il tempo del sogno. In cinque minuti reali riesci a fare discorsi di ore e viaggi di giorni, a essere bambina in una stanza e adulta nell’altra.

Così, vivo di sentimenti compressi.

                                                                      all’amore
                                        all’entusiasmo                                   al dubbio
Dalla non conoscenza                                                                          alla noia
                                                                                                              all’addio.

…E senza che nulla di tutto ciò sia vero.

Zoo

Quello era un divano nuovo. Mi sono seduta su un cumulo di giacche e cuscini, osservandone gli ospiti attentamente.
Mai stata così vicina.

Bruttezza ostentata – forse liberata? – e bellezza diversa. Un infinito catalogo di accoglienti sfumature – mai stata così simile – doveva essercene anche una per me.

Ballavano – questo non era nuovo. Ballavano lì davanti, più o meno come tutti gli altri. Ho posato il braccio sul bordo superiore del divano, abbracciando lo spazio vitale di una sconosciuta. Mi raccontava qualcosa di biondo e sicuro di sé.

Poco lontano, due occhi lucidi sotto virgole di sopracciglia agitate troppo in fretta. Un buffo, vastissimo reportorio di espressioni – e una specie di tristezza in trasparenza.

Infine, carne. Tesa, rovente, sbattuta sui muri. Chiesta formalmente con poche parole, o presa in silenzio dai gesti. Scappata in bagno ridendo, derisa ridicola sul marciapiede, vantata violenta come trofeo.

Chissà dov’è quello che manca.

Trova l’elemento comune tra:

Quella chiesa colorata
i libri avvincenti
i soldatini
i capelli
le camicie
il copridivano azzurro
una fotografia
una ragazza

[...]

Rimbalzi

Dopo una certa età, le parole perdono la punta. Diventano pallette rimbalzine che giocano a fare rumore scappando da tutte le parti della stanza.
Ed è inutile, più ne lanci, più si scontreranno fra di loro fino a riempirti il pavimento e farti scivolare, una bella culata su un tappeto duro di parole sferiche.

Non lasciano più un segno. L’interlocutore diventa un’enorme pancia tesa e obesa su cui le parole rimbalzano con un boing di compiacimento. Non c’è più niente di plasmabile, o almeno ammaccabile, lividabile. La pancia ha la sua definita e arrogante rotondità. La risposta sempre lo stesso, sordo boing.

[Credo di avere un'allucinazione]

*** EPILOGO ***

I colleghi più stretti ci hanno salutato brevemente nella biblioteca con the alla pesca e qualche dolcetto. Mi avevano avvertito di invitare anche qualche paziente, se volevo, ma sapevo di avere ormai pochi inviti da fare: molti se n’erano tornati a casa, e ultimamente non mi ero impegnata per conoscerne di nuovi, forse per vaccinarmi dal distacco.
Solo più tardi sarebbero saliti a salutarmi Claudio e un altro ragazzo, uno che avevo conosciuto nei primi tempi del mio servizio e che ora, dopo vari mesi, tornava per un secondo ricovero.
La sera prima mi aveva fatto vedere le sue vecchie foto rimaste su facebook.
- Guarda in questa foto, si intravede una mia mano. Guarda che belle mani che avevo.
Mi ero impegnata a balbettare tutte le risposte banali che mi venivano in mente, sapendo benissimo che erano tanto vere – perché in realtà non ha affatto delle brutte mani, per essere un tetra è molto fortunato, è autonomo e riesce anche a camminare – quanto inutili. Sapevo che non potevo capirlo, che non potrò mai capire davvero com’è rimpiangere un corpo.

In biblioteca l’altro serviziocivilista, che finiva il servizio con me, ha letto ai colleghi un breve saluto colmo di buoni sentimenti che terminava con un salmo. Io l’ho improvvisato – il saluto, non il salmo – facendo ridere i colleghi ma tentando anche la sincerità: su quanto ho imparato, su quanto ammiro certe persone e l’ambiente di lavoro che hanno saputo creare.

La festicciola mancava di enfasi, anche perché l’addio era fittizio: mi hanno fatto un contratto a progetto, per cui continuerò a lavorare lì anche nei prossimi mesi.
Più “dietro le quinte”, probabilmente; d’altra parte come… consulente dei pazienti credo di aver fallito – troppo diverse le nostre vicende, un po’ maldestra io con certi tipi di persone – e viceversa ho scoperto di giocarmi ottimamente in altri ambiti.

Non dubito che, comunque, incontrerò di striscio un sacco di altre storie che mi affascineranno, degne di essere raccontate.

Ma ho deciso che non le racconterò, non qui, per un po’.

Ho dedicato un anno di blog alle vite in sopravvento sulla mia: ora, riguardo alla mia, ho sicuramente qualche arretrato da raccontarvi.

[...fine.]

Domanda sommessa:

“ma non è ora di smetterla di pensare per categorie contrapposte?
Non è una spaventosa forzatura, una più o meno consapevole falsificazione della realtà?

Prendiamo la cosiddetta “questione gay”: ma siamo proprio sicuri che il mondo si divida in omosessuali e eterosessuali?
Certo, se partiamo da lì, difficile uscirne, soprattutto difficile trovare i punti in comune, le analogie, le somiglianze.
Ma se invece provassimo a prendere in considerazione altri aspetti, magari legati alla sfera sentimentale o erotica che dir si voglia, chissà, potremmo scoprire cose impensate.

Per esempio, che il mondo si divida tra quelli che si innamorano a prima vista e quelli che hanno bisogno di tempo e verifiche; quelli che mettono la fedeltà al primo posto e quelli che non ce la fanno proprio; quelli che amano dormire insieme e quelli che preferiscono il letto singolo; quelli che credono nella famiglia e quelli che solo al pensiero gli vengono delle allergie fastidiosissime; quelli che si ricordano tutti gli anniversari e quelli che non c’è verso di fargli memorizzare nemmeno la data di nascita (la propria, figurarsi quella del pur amatissimo bene); quelli che hanno bisogno di raccontare tutto alle amiche (sì, vale per maschi e femmine) e quelli che non parlano neanche sotto tortura; quelli che dopo tre giorni son pronti a traslocare e quelli che dopo tredici anni gli sembra un azzardo un po’ prematuro; quelli che il sesso innanzitutto e quelli che ne fanno anche a meno, grazie; quelli che se siamo già amici non c’è verso di innamorarsi e quelli che riescono a lasciarsi andare solo con qualcuno che conoscono bene; quelli gelosi, quelli possessivi, quelli che la libertà innanzitutto, quelli che diciamoci tutto, quelli che basta che non me lo vengano a raccontare; quelli che perdonano; quelli che ogni tanto spariscono; quelli che ti stanno vicino comunque, sempre e per sempre; quelli che hanno cura di te; quelli che si capisce da subito che ti faranno soffrire; quelli che non hanno mai dimenticato il primo amore; quelli che sperano che questo, finalmente, sia l’ultimo.
E se proprio vi sembra rilevante, mettiamoci anche quelli che si innamorano di persone dello stesso sesso e quelli che invece no – ma è solo un dettaglio.

E a voler ben guardare, neanche particolarmente significativo.”

(Lella Costa)

Senso – 2

I cerebrolesi non sono più loro, volevo dirle. Loro sono vivi, ma la loro identità è morta il giorno che si sono schiantati da qualche parte staccandosi un pezzo di testa. Mi è tornata in mente la testimonianza di una signora che, dopo un annetto di coma e dieci di rincoglionimento a vari livelli, aveva ripreso pian piano tutte le sue funzionalità, e ora stava su un palchetto a raccontarlo. Diceva: “io ero io. Sono sempre rimasta io“.
Certamente la sua storia mi aveva interrogato. Ma è una su tantissimi, e penso che, per i molti crani deformi che vedevo ciondolare fuori dal reparto, si potesse già escludere un epilogo così fortunato. Mi domandavo seriamente che senso avesse continuare a vivere, per loro.
Questo, però, era troppo politicamente scorretto anche per l’ultimo giorno di servizio civile. Così mi sono limitata ad assecondare la perplessità esistenziale della dottoressa.

- Dev’esserci qualcosa che rimane, anche in loro – ha continuato lei. – Dev’esserci un senso.
Parlava con voce coinvolta, sembrava avesse appena scoperto che c’è il male nel mondo. Mi son chiesta se non fosse approdata da poco in quell’ospedale.
- Lei è da poco che è qui?
- Tre anni.
Diamine, tre anni. Quindi non ha attaccato discorso con una sconosciuta per sfogare un improvviso sbandamento emotivo. Qualcosa non mi tornava.
- In ogni caso… un senso… eh. – L’ho guardata. Dovevo risponderle davvero, dimenticando le frasi dei corsi psicologici? Era ancora in piedi dove si era fermata, non guardava verso il suo bugigattolo e non accennava ad andarsene. Quindi non aveva fretta. E poi, mi aveva fermato lei. Dunque – ho concluso, mentre il ping pong schiamazzava ancora – possiamo tentare un approfondimento.
- Cos’è un senso?

- …Bella domanda – rifletteva. – E’ una causa… una causa, e anche uno scopo. – Ho avuto la sensazione di aver già fatto questo discorso un milione di volte, dalla prima ora scolastica di filosofia su Aristotele all’ultimo gruppo cattolico in cui battibeccavo. La risposta, perciò, mi è uscita quasi annoiata.
- Forse le cose, semplicemente, accadono – le ho detto. – Siamo noi che ragioniamo di cause e scopi. – Per un attimo avrei voluto aggiungere “e poi, se anche trovassimo qual è lo scopo, potremmo chiederci quale sia lo scopo dello scopo, la causa della causa, il perché di Dio”, ma mi è sembrato così trito e banale che ho lasciato perdere. E poi avevo il sentore che non avrebbe potuto funzionare.
- Io… – ha ripreso – ho una visione cristiana dal mondo.
Infatti, non avrebbe potuto funzionare.
- Per questo penso che ci sia un senso, c’è un disegno per tutto, e noi non lo capiamo perché è Dio troppo grande per la nostra mente, quelli che per noi sono problemi… nell’ottica di Dio non sono niente, capisci?
Capivo così bene che nel giro di un secondo mi era venuta in mente una decina di argomenti incontrovertibili per risponderle, ma poi ho capito ancora meglio e ho pensato che, se volevo tornare a casa entro un’ora decente, era il caso di annuire.
- Sì, capisco.
Ho detto “sì, capisco” svariate volte, finché sono riuscita ad augurarle buon lavoro e ad avviarmi a prender le mie cose in sala informatica.

Mi sembrava bello, comunque, che una dottoressa credesse. Trasmetteva sicuramente più fiducia di me.

Senso – 1

- Vai al terzo?
- Sì.
Salivo insieme a una donna intabarrata nel camice verde, con in testa la cuffia da medico della terapia intensiva. Uscite dall’ascensore, ci stavamo dirigendo lei verso il bugigattolo dei medici di guardia, io verso la sala informatica.
- Tu vieni spesso qui? – si è fermata. Strano che un medico si fermi e ponga una domanda sorridendo.
- Alcuni giorni la settimana; – ho spiegato – faccio servizio civile qui. Ormai è un anno, anzi… questa è proprio l’ultima sera.
Poco più indietro, qualcuno schiamazzava giocando a ping pong. Ho ricordato la prima volta che sono uscita da quell’ascensore, vedendomi schizzare davanti una pallina, seguita da due carrozzine all’inseguimento.
- Aah, però. Strano, non ti ho visto in giro… allora hai finito. E poi che farai?
- Mah, continuerò a studiare. Faccio Lettere – le ho detto, sempre più perplessa dalla sua aria accogliente. Non ho mai visto un medico che non fosse di fretta. Si era sistemata di fronte a me, in piedi ma con l’aria di chi si accomoda per la conversazione.
Mi ha chiesto quando intendevo laurearmi, e se avevo idee per la tesi.
- Non mi faccia domande difficili! – ho scherzato.
- Perché non sfrutti l’esperienza che hai fatto qui? – mi ha suggerito.
- Beh, non è molto attinente…
- Come no! Ci sono… ci sono tanti argomenti invece… – ha cominciato ad annuire, pensosa – che so… la sofferenza nella letteratura.

Ho cercato di non ridere.
- Avresti tanti spunti, non trovi?
- Mah, guardi. Forse proprio perché ne ho vista parecchia, credo che oltre le riflessioni… le filosofie… ecco, se posso parlare in parole povere, al di là di tutte le pippe mentali che ci possiamo fare sulla sofferenza – (mi sono chiesta se pippe mentali fosse un’espressione adeguata a una conversazione di circostanza con un medico sconosciuto, e mi sono risposta che l’ultimo giorno si poteva fare anche questo) – la conclusione è che comunque la mattina ci alziamo e dobbiamo vivere, via.
Godevo a riportare il discorso su un piano cinico e apparentemente superficiale. Doveva esser la soddisfazione per la scoperta di non aver più bisogno di dimostrarmi a ogni costo persona profondissima – credo succeda quando uno si convince finalmente di esserlo davvero.

Sulla dottoressa è passata una rapida ombra di delusione. Poi ha elaborato i suoi argomenti, calibrando un vigile tono accomodante.
- Certo, ma sai… un conto è per gli autonomi, io una volta a un paziente gli dissi guarda, tu hai le braccia, tu sei a posto, ti farai una vita più o meno normale. Ma gli altri? Io lavorando qui mi sono molto interrogata sul senso di tutto questo…
- Beh, per i tetraplegici si può sempre recuperare un’autonomia mentale, l’autonomia di gestire la propria vita e le persone che ti aiutano – ho risposto. Mi ero salvata recuperando dalla memoria un argomento che dovevo aver sentito a qualche corso psicologico.
- Sì… sicuramente – ha ripreso – ma… ma… allora quelli che non hanno più nemmeno quella possibilità?
- I cerebrolesi?

[...continua...]