Monthly Archives: febbraio 2009

Ungaretti, Sono una creatura

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
cos’ totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

Una sedia vuota

- Qui, accanto a me, c’è una sedia vuota – ha detto, sillabando lento e incantato. Il pubblico si stipava in piedi di fronte a lui nella stanzina, la prima fila avrebbe potuto toccarlo. Io ero in prima fila.
- Chi vuole – ha aggiunto – venga a sedersi.
Ha indicato il posto con un cenno della mano, pacifico e rallentato come ogni suo movimento. Due occhi azzurri e sicuri si sono guardati intorno, in attesa. Era un biondino sui vent’anni, col naso un po’ grosso, la testa alta e i gesti morbidi di chi sa bene la propria parte.
Il silenzio è stato breve. Una ragazza si è alzata sforzando un sorriso, e si è seduta sulla sedia vuota.
Dalla regia hanno fatto partire la musica, mentre su muri e volti piovevano in cerchio penombre rosse, poi verdi, arancioni, blu. Lui le ha preso una mano e ha cominciato a tastarne piano piano il palmo, il dorso, i polpastrelli, le unghie, con molta attenzione, la testa china su quel preciso massaggio. Dietro di loro, altri corpi fluivano muovendosi a specchio l’uno con l’altro, copiandosi i gesti a coppie con ipnotica armonia.
A un tratto la regista si è avvicinata al biondino, e lo ha richiamato con un colpetto sul ginocchio, bisbigliando che poteva incominciare. Lui ha annuito sornione e ha condotto nell’aria la mano di lei, lasciandola poi perché specchiasse i suoi movimenti. Ma lei non capiva. Lui si è toccato il viso, e lei ha toccato il viso di lui. Lei non intuiva cosa significasse il mezzo sorriso di lui; credo nemmeno lo stesse guardando: seguiva nervosamente le sue mani, temendo di sbagliare. Dopo qualche tentativo, si sono finalmente intesi, ricomponendo l’equilibrio della scena.
Hanno proseguito i vari figuranti, per un tempo che non so, a disegnare in aria movimenti lenti; finché un applauso, la luce bianca, cappotti che sfregano e un breve inchino biondo.

Più tardi l’ho visto fuori, mentre la regista lo spingeva giù per la strada della Casa dei Risvegli. L’ho superato velocemente, scendendo; troppo velocemente per aver il tempo di decidere se salutarlo.

E poi ero sovrappensiero. Mi chiedevo se un cerebroleso come lui avrebbe mai preso la mano a una ragazza, fuori da un teatro.

Aspettare

[Sesta parte. Vedi parti precedenti]

- Mi hanno chiamato dall’ufficio
- A quest’ora?
- Eh, quando trovano due richieste che si corrispondono, chiamano anche fuori orario
- Ma c’è tempo.
- Mica tanto. Sai come vanno queste cose. Un giorno uno è disponibile, l’altro chissà.
- E che dovresti fare?
- Telefonare immediatamente a entrambi, e avvertirli che si sono trovati.
- Oddio. Tipo “Salve, sono dello Sportello Curricola Sentimentali, si ricorda quando è venuta qui minacciando il suicidio perché suo marito era sceso a prendere le sigarette senza più tornare, e noi l’abbiamo convinta a tentare una Richiesta Partner? …Si rallegri: il nostro sistema informatico ha trovato l’uomo della sua vita!”
- Smettila
- “Ah… scusi… lei è la figlia? Ah.. sua madre… dal cornicione… capisco… eh ci dispiace, ma avevamo dei tempi tecnici… sa, la burocrazia…”
- …
- “Ma lei è fidanzata? Perché guardi c’è un’offerta per under 25..”
- Sì sì… ironizza.. devo ricordarti che anche TU ti sei presentata al mio sportello?
- A volte dalle cose stupide ne nascono di interessanti.
- Tipo?
- Te.
- Ecco, ora si creerà un momento imbarazzante.
- Probabile.
- Odio l’autrice quando mi mette in queste situazioni.
- Io me la godo di brutto.
- …E’ bello che ci tieni tanto a mettermi a mio agio, eh.
- Se tu hai problemi coi complimenti, non è colpa mia.
- I complimenti ingannano
- Perché?
- Illudono.
- Sei tu che non ti fidi.
- No no, è che mi conosco. Mi si compra con poco, e poi mi faccio il viaggione.
- Magari stavolta arrivi a destinazione.
- No, ho un’esistenza buzzatiana
- Poetica.
- Incompiuta.
- L’incompiutezza è poetica
- E frustrante.
- Ma apre possibilità
- …Ontologicamente fallimentari.
- L’incompiutezza è fallimento?
- Se lo scopo è la destinazione…
- E se lo scopo fosse il viaggio?
- Dipende da quanto desideri la mèta.
- Cioè?
- Se la mèta è importante, corri e ignori il panorama.
- Ti perdi qualcosa.
- E’ un qualcosa che non t’importa affatto. Anzi, distrae e rallenta.
- Pensa se t’importasse la mèta sbagliata.
- In che senso?
- Dài, è buzzatiano anche questo. Non è che aspettare i Tartari fosse granché come scopo.
- …Ecco, brava. Io vorrei solo saperlo.
- Cosa?
- Se ne vale la pena. E se aspetto qualcosa che esiste.

Li ho cacciati – 4

- Questo è il numero del telefono azzurro – ho detto ad Angelo, e gliel’ho scandito perché lo ricordasse. Mi ha fissato per un attimo con aria stranita e ha distolto lo sguardo, più attonito di prima.
Ora mi avrebbe detto “Chiamiamo”. Io avrei preso il telefono, fatto il numero, l’avrei tenuto accanto al suo orecchio. Mi sarei presa una responsabilità. Magari i suoi l’avrebbero saputo, che gli avevo permesso di far del casino per niente. Fine dell’equidistanza.
Ma Angelo ha annuito con la testa, senza aggiungere altro. Al lampo di incredulità s’era aggiunta l’incertezza.
- …Ok? – gli ho chiesto.
- Mh.
Mh. Non ha aggiunto altro. Non ha chiesto il telefono.
Ti ho sgamato, vecchio mio. Avevi solo bisogno di vedere se ti avrei dato ascolto, se avrei eseguito o giudicato. Era una prova.
- …Che faccio – gli ho chiesto – gli infermieri lo sanno che sei da solo? Devo dirgli qualcosa?
- Gli infermieri… quelli neanche vengono – ha detto, irritato. – Li chiami, quelli passano, ti dicono sì sì arriviamo, ma poi tocca aspettare mezz’ora perché ti diano da mangiare…
- Beh non puoi aspettarti che sia come coi tuoi genitori, che ti stanno sempre appresso. E’ il prezzo della libertà.
Mh.
Angelo non sembrava aver tanta voglia di pagarlo.
- Tanto vedrai che babbo viene nel pomeriggio
- Non avevi detto che non volevi vederli?
- …Sì… ma… voglio dargli una possibilità.

Ah, ecco. Tutto come prima. E io che credevo ti fossi svegliato. Farete una pace fittizia, tornerai alla vita comoda, i tuoi si convinceranno che non puoi fare a meno di loro; poi litigherete di nuovo, e così via.
Forse non è ancora il momento per la libertà.

Li ho cacciati – 3

L’ho guardato, dalla porta. Aveva negli occhi arrossati una rabbia determinata e pronta alla sfida.
Io avevo due possibilità.
La prima era giudicare: come sua madre, come chiunque si rapporti con lui e in genere con una persona non autonoma. La ricetta è semplice: si prende la richiesta e la si valuta secondo il proprio sistema di valori, il proprio buon senso, l’umore del momento; poi la si risputa al mittente con sopra un bel giudizio, decidendo se è degna di esser realizzata. Avrei potuto dissuaderlo, dirgli ma dai, ti sembra, che ti credi di fare.
La seconda possibilità era eseguire. Diventare, semplicemente, le sue mani – quello che gli manca, perché la testa c’è tutta. Con i suoi scazzi, le sue crisi, le sue diciottenni imperfezioni; ma c’è tutta e non va delegittimata. Se fa una cazzata, ne pagherà lui le conseguenze; non gli serve il filtro giudicante, il cuscinetto morbido che attutisca la caduta.
- …Non me lo ricordo – ho detto lentamente, appoggiandomi alle sbarre del suo letto. Angelo stava zitto, fingendo di guardare la tv. – Ora vado su in sala informatica e lo cerco su internet, ok?
Lui ha lanciato gli occhi su di me per un momento, con un lampo di incredulità.

Prima di salire a cercare il numero, sono passata nel soggiorno-refettorio e ho incontrato la madre, seduta al tavolo con altre signore.
- Come va con Angelo? – le ho domandato.
- …Tutto bene, perché? – mi ha chiesto, un po’ nervosa.
- No, uhm, così. Sono passata e ho visto che era da solo.
- Ah, niente – ha scosso la testa con ostentata tranquillità – ha detto che vuole restare un po’ solo, e l’ho lasciato – ha alzato le spalle. – Se vuole stare solo, che problema c’è. Io, mica devo stare sempre con lui.

No, eh.

[continua - ...poi giuro che finisce]

Redenzioni

G – pensavo una cosa.
I- dimmi.
G – che tu, standomi vicino, dimostri alcune cose.
I – ..?
G – cioè che sono in grado di suscitare un affetto profondo in una persona normale, e di appagarla ricambiandolo. …cioè, che tu mi redimi, ila.
I – mwuahuahauha.. beh sono onorata. Ma scusa, dubitavi di poter suscitare un affetto profondo? (e comunque, DA QUANDO sono una persona normale??)
G – 1. ho conosciuto persone secondo le quali non ne ero capace.
2. non sei psicopatica.

[E' già qualcosa]

Li ho cacciati – 2

Dopo l’empatia, arriva il pragmatismo. Sono le due cose che so fare, in fondo.
- Tu puoi chiedere di stare in ospedale senza i tuoi genitori, no? Sei maggiorenne – gli ho detto. Non sapevo ancora bene come funzionassero le regole di reparto, anche perché Angelo era un caso decisamente particolare: lì da un anno e mezzo, con la famiglia che aveva ottenuto un permesso speciale per stare sempre con lui, e ormai sostituiva gli infermieri in gran parte delle loro mansioni. Ma ero decisa a organizzare qualcosa.
- Magari troviamo qualcun altro che ti aiuti – gli ho proposto. – Abbiamo due nuovi volontari, adesso…
Non mi sembrava vero di cogliere l’occasione per liberarlo da quella famiglia ricolma di opprimente buona volontà, quasi più invalidante di una tetraplegia. Se ad Angelo scattava la molla per arrangiarsi, era fatta.
Avevo pensato spesso a lui con preoccupazione. Mi chiedevo come avrebbe fatto a cavarsela, una volta tornato a Napoli – coi parenti triplicati e nessun estraneo che avesse una minima cognizione della necessità di vita indipendente per un disabile. Lo avrebbero schiacciato, anticipando come sempre i suoi bisogni ed etichettandolo pubblicamente come quello pigro, quello incazzato, quello che non fa. E il suo maledetto orgoglio avrebbe fatto il resto, impedendogli di strappare quelle etichette e dimostrarsi diverso. Sarebbe rimasto impantanato per sempre in un’identità non sua.
Questa era l’occasione giusta.

- Senti, so che non hai modo per chiamarmi – Angelo non può usare le mani – perciò passerò qui ogni tanto per vedere se ti serve qualcosa, ok? – gli ho detto, uscendo.
- Aspetta – mi ha fermato.
- Dimmi.
- Qual è il numero del telefono azzurro?

[...continua...]

Li ho cacciati – 1

- Li ho cacciati.
L’ha detto col suo filo di voce napoletana, alzando il mento coperto di barbetta diciottenne. Aveva gli occhi gonfi di pianto recente, e nella sua stanza, stranamente, non c’era nessuno.
Era nel primo pomeriggio, mi era venuto in mente di passare a salutare Angelo a letto, prima che lo mettessero sulla carrozzina e salisse in sala informatica. Di solito ha sempre attorno almeno un paio di ingombranti familiari: qualcuno che gli tira il braccio su e giù per allenarlo, qualcun altro con cui litiga perché rifiuta il pranzo.
- Li ho cacciati – mi ha spiegato col labbro tremante – ho deciso che voglio stare da solo.
Era ora, ho pensato. Ma sarà una lotta dura, caro Angelo.
- Ma che è successo? – gli ho chiesto.
- Mamma… perché io non avevo fame, mi ha picchiato… ha preso il cucchiaio e me l’ha sbattuto in bocca, mi diceva mangia, mangia – gli si rompe la voce – poi mi ha dato pure due ceffoni… ma ti sembra – ha pianto rosso in faccia, di frustrazione irrisolvibile – ti sembra che perché non ho fame mi devono trattare così… ma io chiamo i carabinieri e li denuncio… io gli ho detto a mamma… chiamo l’assistenza sociale… chiamo… e lei sai cosa mi ha detto? Lo sai?
- …Cosa?
- …“Fai, fai, tanto chi ti crede a te!”

Io.
Angelo tende al vittimismo, all’esagerazione, allo scontro orgoglioso coi genitori. Non ha un carattere semplice.
Ma io avevo già visto una scena identica con i miei occhi. Si era risparmiata giusto i ceffoni, la madre, quella volta in sala informatica; ma ricordo ancora bene il rumore del cucchiaio sui denti. Perciò la storia mi risultava assolutamente credibile.
Ai miei tempi una persona nel mio ruolo non avrebbe dovuto sbilanciarsi. Si sarebbe tenuta in debita equidistanza fra i contendenti, aggiungendo un paio di banalità diplomatiche per tener buono il bambino. Come quando arrivai a scuola con un livido sull’orecchio e le maestre dissero che senz’altro mio padre aveva avuto le sue buone ragioni.
Ma Angelo non è un bambino e io non so essere ipocrita. Così mi sono presa, finalmente, la grande rivincita della sincerità.
E gli ho detto che lo capivo.

[...continua]

Pronte a farsi movimento e luce

Giorgia ogni tanto si vuole fare del male, così sale in biblioteca – ambiente utilizzato in genere per qualunque attività, tranne la lettura – e si fa prendere la tastiera.

- Allora, ce la facciamo a sfilarla…?! – diceva stizzita alla sorella, che sul pavimento tentava di aver la meglio sulla scatola, estraendo la tastiera in una nube di polistirolo.
Giorgia, come quasi tutti quelli che non riescono a fare le cose da soli, è parecchio insofferente quando gli altri fanno qualcosa al posto suo e lo fanno male. Ma credo che questo amplifichi un tratto caratteriale già suo, quel tono un po’ didattico e un po’ snob che tira fuori quando al karaoke si fa musica troppo plebea.
Simona armeggiava con la tastiera osservando il filo elettrico troppo corto, con aria un po’ smarrita.
- Pren-di una cia-bat-ta, – ha cantilenato Giorgia.
- Preeeendi una ciabatta, traaattala male… – ho riso per sdrammatizzare. Ridono anche loro; posano la tastiera sul tavolo. Una mano scollegata dal cervello cade informe sui tasti.

Sdlen.

- Vi serve altro? – ho chiesto, chiudendo l’armadio degli strumenti.
- No no..
Ok. Allora me ne vado. Ho la sensazione che Giorgia preferisca restare sola coi suoi fallimenti, per picchiarli e piangerli senza imbarazzi.

- Scusate, è qui il corso di musica?
Una ragazza che non avevo mai visto stava sulla porta della biblioteca.
- Veramente è di giovedì – le ho spiegato, mentre uscivo verso la sala informatica.
- Ah, niente, è che avevo visto gli strumenti e pensavo ci fosse l’insegnante di musica…
- Beh, qui c’è un’insegnante di musica, – han risposto le sorelle quasi in coro, sorridendo. – Entra, entra…

E’ vero, Giorgia insegnava pianoforte. Le ho osservate un po’ da fuori; mi davano le spalle. Mi sono chiesta se dovessi stare ad aiutare, a cogliere l’occasione per conoscere una nuova paziente, capire qualche necessità.
Poi, qualcosa mi ha detto che non serviva.

Sono tornata ad affacciarmi dopo un’oretta, giusto per controllare che fosse tutto a posto.

In biblioteca c’erano almeno otto persone sedute in cerchio, e Giorgia stava concludendo la sua lezione di musica e canto.

[...pronte a farsi movimento e luce]