Monthly Archives: gennaio 2007

Il calcione dei Diciannovenni

Diciannovenni è l’originalissimo nome con cui l’Azione Cattolica indica un gruppo un po’ anomalo, che fa da cuscinetto tra l’epoca degli onnipresenti gruppi parrocchiali e il nulla. Comincia coi Diciottenni, raccattando da tutta la diocesi coloro che, in quinta superiore, sono disposti ad aggiungere due incontri al mese alla loro fitta agenda parrocchiale – per cui, a quanto ho visto io, si tratta di una selezione tra i giovani cattolici più cazzuti, convinti o contestatori, ma in ogni caso un po’ interessati, ecco. A parte Tosse, s’intende.
Non per niente da ogni parrocchia ne arrivano si e no due o tre.
Dopo un anno di Diciottenni fai il campo vocazionale, e t’innamori perdutamente. Del gruppo, di quelle persone, della modalità di condivisione, degli educatori e magari del prete. Dici: "cazzo, ho passato anni a deprimermi nella mia parrocchia, ho tentato invano un’esperienza pseudociellina, ma adesso ho trovato".

Fatto il campo vocazionale, cominciano i Diciannovenni: gli incontri si diradano a una volta al mese, il numero di presenti cala, l’entusiasmo anche. Per fortuna quel campo è servito a iniziare dei rapporti che tentano di mantenersi da sé, organizziamo uscite, ci vediamo spesso per i fatti nostri. Ma non basta un anno per creare la confidenza giusta, per cementare le amicizie fino in fondo. Siamo pur sempre conoscenti, in maggior parte.
Qualcuno lamenta la rarità degli incontri, che fa perder la voglia di tornare dopo tanto tempo a riprendere il filo di discorsi dimenticati. Qualcun altro si domanda a che serva discutere a vuoto sugli stessi argomenti, posto che, tanto, risposte comuni non se ne trovano. Ad altri ancora va bene così, ché non avrebbero tempo di buttarsi a capofitto in un’esperienza più impegnativa.

Lunedì, a tre o quattro mesi dalla fine dei Diciannovenni (e quindi di tutto, ché non mi risulta esista il gruppo Ventenni), ci s’è interrogati su questo. Forse il discorso degli educatori serviva anche per rispondere a quella lunga mail che gli ho mandato io, alle telefonate che ha fatto qualcuno; insomma, il problema era emerso.
La loro risposta è stata, più o meno: questo non è un gruppo, perché non vuole esserlo. Perché non è nato per questo, voi avete i vostri talenti e i vostri rapporti da sviluppare da soli, senza una struttura rassicurante a sostenervi o obbligarvi. Siete grandi e liberi, fate le vostre scelte. Trovatevi altri gruppi dove vivere l’esperienza che cercate, gruppi che siano specificamente orientati verso quel che più vi corrisponde; ognuno ha il suo modo di vivere la fede, far volontariato, e così via. 

Ora.
Capisco l’intento di mollarci un calcione educativo verso il mondo, di responsabilizzarci nel coltivare amicizie autonomamente, e così via. C’è del vero e del buono, c’è quell’aria di libertà e rispetto delle diversità di cui a volte sentivo la mancanza in gruppi fortemente "comunitari" come i sangiacomini, che grondano senso di appartenenza e corrono sempre il rischio di chiudersi su se stessi. Questo invece è un calcione tipicamente Ac.
Eppure, mi resta una perplessità.

Per quel che ho vissuto, penso che i rapporti crescano solo condividendo qualcosa. Non voglio andare sul metafisico: parlo di un qualunque pretesto che consenta di avere argomenti in comune diversi dal tempo che fa e dalle mezze stagioni; meglio ancora – ed è questo per me il valore dei gruppi cattolici – un pretesto che ti costringa a mettere in gioco la tua esperienza personale, ad esporti su livelli che altrimenti resterebbero sepolti per anni, prima di essere indagati.
Soltanto certe amicizie già salde, magari di lunga data, possono reggere alla non-condivisione di una quotidianità, e trovano il coraggio di telefonarsi senza una scusa per farlo. Le altre, quelle ancora agli inizi – come le nostre – hanno bisogno di un filo conduttore cui aggrapparsi.
Non credo che questo avvenga perché non ci si vuole prendere la responsabilità di coltivare da soli i rapporti: mi sembra molto naturale che, anche con la migliore volontà, sia difficile per chiunque entrare in confidenza con una persona non avendo il tempo e le occasioni necessarie. Con ciò non sostengo che avere occasioni di condivisione sarebbe sufficiente: si può convivere per anni in una classe restando appena conoscenti. E’ ovviamente fondamentale la volontà di aprirsi, di cercarsi, di tentare un dialogo e magari azzardare un salto oltre le frasi convenzionali – e queste sono cose che accadono tra singoli. Dico solo che, spesso, alcune circostanze esterne aiutano a farle accadere.

Questa è la confutazione razionale della tesi avversa.
Le mie ragioni affettive forse sono altre. Ai diciannovenni mi è sembrato di trovare il mio posto, più che in ogni altro gruppo. Stimo immensamente gli educatori, mi piace l’aria in genere accogliente di quelli che conosco poco e ho molta (troppa?) fiducia nell’amicizia in costruzione con alcuni di quelli che conosco meglio. Sono a mio agio con persone che la pensano diversamente tra loro e a volte diversamente dall’istituzione, gente che ha dubbi come me e non teme di dirlo.
Mi sono creata (da zero, ché non mi conosceva nessuno) un ruolo che, tutto sommato, sento più mio di tante altre maschere: sono quella che parla, quella che fa, che spinge un po’ gli altri, che si sente responsabile del buon andamento del gruppo e se le gira un’idea in testa scrive una letterona al prete, quella che quando si esce telefona in qua e in là per recuperare chi non si fa mai vedere. Non sono mai stata niente del genere in nessun altro posto.

Perciò mi dispiacerebbe se la prossima estate, finiti gli incontri e passato il tempo necessario a dimenticarsi, di quest’esperienza non mi restasse che un buon ricordo e, forse – ma già sarebbe tanto – un paio di amicizie saltuarie.
Certo, mantenere vivo un gruppo senza coordinamento dall’alto sarebbe una sfida interessante.  

E ho ancora qualche mese per trovare qualcun altro che abbia voglia di tentarla.

Variazioni sul tema

[Ovvero: cosa viene in mente leggendo nel giro di poco cose che non c'entrano un cazzo l'una con l'altra. O forse no] 

Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio

Ci vendemmia il sole

Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse

Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa

(Giuseppe Ungaretti, Fase d’Oriente, da L’Allegria)

Se l’eccitazione è un meccanismo con il quale il nostro Creatore si diverte, l’amore è al contrario qualcosa che appartiene soltanto a noi e ci permette di sfuggire al Creatore. L’amore è la nostra libertà. L’amore è al di là dell’es muss sein (= "deve essere")!
Ma nemmeno questo è del tutto vero. Anche se l’amore è qualcosa di diverso da un meccanismo a orologeria del sesso con il quale il Creatore si è divertito, esso si trova sempre legato a quel meccanismo [...]. L’unico modo di preservare l’amore dell’idiozia del sesso sarebbe quello di regolare in maniera diversa l’orologio nella nostra testa e di essere eccitati dalla vista di una rondine.
(Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere)

Huc est mens deducta tua mea, Lesbia, culpa
atque ita se officio perdidit ipsa suo,
ut iam nec bene velle queat tibi, si optima fias,
nec desistere amare, omnia si facias.

A tal punto mi si è ridotta l’anima, o mia Lesbia, per colpa tua
e così si è perduta per avere compiuto il suo dovere,
che non può più né volerti bene, anche se diventassi la migliore delle donne,
né cessare di amarti (=essere attratto), qualunque cosa tu faccia.

(Catullo, 75)

Traìna mente sapendo di mentire

Seneca parla con disprezzo di chi perde il proprio tempo in studi filologici:
"Nam de illis nemo dubitabit, quin operose nihil agant, qui litterarum inutilium studiis detinentur…"

Traduzione trainiana:
"Di essi nessuno dubiterà che fatichino a non far nulla, che si perdano in studi inutili…"

Certo, "studi dell’inutile letteratura" avrebbe fatto tutto un altro effetto…

Mille punti per la Claudia

C – C’è qualche medico che possa dirci cosa puoi fare? O magari farci capire quali sono i rischi… quali protezioni inventare…
I – Bah… un medico che potrebbe dire? Direbbe che il rischio c’è, ma come farebbe a quantificarlo? Tutta la mia vita è un rischio… magari smetto di giocare e poi mi faccio male tirando fuori un libro pesante da uno scaffale. Ma senti, il problema è che poi se succede qualcosa la responsabilità è tua?
C – No no… cioè in effetti è mia la responsabilità di ciò che accade in palestra, ma volevo solo pensare a qualche adattamento protettivo.. che so, gommapiuma… non è certo la responsabilità il mio primo pensiero, davvero, non importa.

Ho passato una vita con gente terrorizzata da quel che poteva accadermi. Tutti impegnati a scaricarsi l’un l’altro la mina vagante – cioè io – perchésepoiesplodechisipiglialacolpa?.

Quindi, mille punti per la Claudia.
[E anche un immenso grazie]

Chiusa per sempre

Foglio appeso con scritto: la libreria è chiusa per sempre 

L’altro giorno dovevo aspettare in centro una mezz’ora, e ho pensato di passare in Sala Borsa. Magari non vado nemmeno in biblioteca, mi dicevo, dò giusto un’occhiata ai libri in vendita, impilati lì nella piazza coperta. 
Questo è quel che ho visto entrando.

 

Striscione in sala borsa: tra zero giorni saremo senza lavoro

 

E’ stata una di quelle situazioni in cui le polemiche lette di sfuggita sui giornali ti entrano nella vita, e allora ti ricordi di non abitare su una nuvoletta privata e ti senti maledettamente in colpa. Io vivo fuori dal mondo e non seguo granché certe storie, pensando che tanto, con tutti gli intrallazzi che ci stanno dietro, io, piccola e stupida cittadina, non potrò mai sapere la verità. Mi rendo conto che non è una giustificazione valida.
Ho visto un piccolo capannello di persone, raccolte attorno al cellophan che incartava quella che fu la zona libreria. Lì appeso c’era un foglio scritto dai lavoratori licenziati. Era più sentimentale che oggettivo, nominava a uno a uno i ragazzi a cui d’ora in poi i visitatori non potranno chiedere consiglio su un libro o un cd. Non mi è servito granché a capir bene la storia, così, tornata a casa, ho un po’ indagato.

E’ stato difficile orientarsi tra le notizie su internet, sempre infarcite di commenti e inesattezze. Mi sembra di aver capito – ma se sbalio mi corigerete - che: 
In principio era una biblioteca. Poi Guazza decise di aggiungerci una libreria e un bar, affidandoli a una società esterna; si fece un appalto e vinse tale Bellentani. Questi finì per non pagare l’affitto al comune, e il comune (intanto passato al Coffy) lo cacciò per insolvenza. Libreria e bar chiusero; i 44 dipendenti di Bellentani persero il lavoro e protestarono. Coffy ha riunito una commissione per riprogettare la Sala Borsa.
Naturalmente questa è la versione scremata dalle dietrologie. Divertitevi voi a ipotizzare le motivazioni occulte della manovra.

Ora, Coffy, progetta un po’ quel che ti pare. Tanto non posso nemmeno votarti pro o contro, per un pugno di chilometri. Però ecco, se dovessero tornar fuori quelle minchiate sulla mercificazione della cultura che sentii in giro ai tempi del Guazza, quando mettere una libreria (a pagamento) dentro una biblioteca (gratuita), sembrava ai sinistri una bieca operazione commerciale, fregatene.
Perché probabilmente era davvero una bieca operazione commerciale per chiedere affitti esorbitanti – che, infatti, nessuno è riuscito a pagare. Ma a me una libreria lì fuori piaceva. Non fa concorrenza alla biblioteca, sono due cose diverse, complementari. Era bello pensare che andando in Sala Borsa potevo sia mettere il naso in qualche libro lucido che odora ancora di stampa, sia infrattarmi tra gli scaffali esplorando sovraccoperte piene di ditate. Oppure darsi appuntamento con qualcuno al bar, e nell’attesa gironzolare per i libri in vendita esposti lì, fra i tavoli.

Ho letto in giro alcune critiche sulla disposizione degli spazi, sulla libreria, eccetera. Bah, può darsi, tutto si può migliorare; l’idea di fondo però mi pare valida. Pensate a qualcosa di migliore, se vi va, ma non cassate un’intera libreria solo perché un espositore in plexiglas è antiestetico. E soprattutto – ma questo non vi riuscirà – finitela di metterla sul piano ideologico o di fare osservazioni da élite con la puzza sotto al naso. Ho letto critiche quali "non mi piace entrare in Sala Borsa ed essere accolto dai libri della Fallaci e di Vespa". Senti, non è che appena entri vedi il fantasma della Fallaci che tenta di accoltellarti perché hai sembianze mediorientali. Non ti piace, bene, passi oltre, vai in biblioteca e cerchi quel che ti pare. In libreria c’è quel che si vende – compreso Terzani, che io ho comprato lì, và. Un best seller può essere un brutto libro, ma anche no.
Comunque, la eventuale presenza del ciarpame commerciale è un (triste) indice di libertà. Il giorno in cui nelle librerie si troveranno solo classici latini (mwuahahahah…) capirò che qualcosa non funziona. (Prima o poi scriverò un libro sarcastico sull’utopia negativa più improbabile: la dittatura dei professori di lettere).

Spero di poter postare presto la foto di una nuova libreria in Sala Borsa…

[Angolo "Fanculo alle Parche"
In compenso oggi, gironzolando per il paese, ho notato che una boutique di vestiti è stata spodestata da una libreria - negozio che a memoria di diciannovenne non s'è mai visto da queste parti.
Ora, per capire l'effetto destabilizzante della cosa serve una breve digressione. Per il 90% della mia limitata esistenza ho dovuto delegare ad altri gli acquisti; e avendo il terrore del giudizio altrui, non ho mai chiesto a nessuno di comprarmi un libro - avrei dovuto spiegare perché proprio quello... Quindi, semplicemente, leggevo quel che trovavo in casa.
Appena guadagnata la libera uscita, una delle mie prime rivincite fu la biblioteca, abbastanza lontana, ma raggiungibile. Librerie, comunque, non ce n'erano. Allora ho inventato il quadernetto delle citazioni, dove ricopio quel che su un libro da restituire non potrei sottolineare. Poi riuscii ad andare in Sala Borsa, e fu l'estasi. Oltre a prendere in prestito un sacco di roba, poco più di un anno fa ci comprai il primo libro acquistato da me.
Ormai il problema non si pone, ché con l'università sto tutti i giorni a Bologna, tra un Feltrinelli e un Melbook, e posso fare un po' quel che mi pare.
Naturalmente, 
adesso mi aprono una libreria sotto casa.] 

Scusate ma devo tirarmela

(poi smetto, tranquilli)

Aidan Chambers è uno scrittore inglese che pubblica, in teoria, libri per "giovani adulti" o late teenage people, come scrive lui. In pratica, due anni fa ne lessi uno, nonostante l’indicazione "a partire dai 13 anni" ferisse un po’ il mio orgoglio.
Ora, 13 anni un cazzo. A mio modesto parere, dentro quel libro (intitolato "Ora che so") c’era la più realistica descrizione della spiritualità umana che abbia finora incontrato. O forse a me sembrava realistica semplicemente perché s’incastrava bene con la mia.
"La morte non mi preoccupa. La morte in sé. E’ la sofferenza a preoccuparmi, la mia o quella di chiunque altro. Perché la sofferenza è un impedimento. Si mette in mezzo. Tutte quelle balle sul fatto che rinforza il carattere e affina la volontà, e ci insegna che siamo umani e dobbiamo riporre la nostra fede in Dio. No. La sofferenza è deleteria per noi, perché rende il dolore un sostituto del pensare. [...] Non credo in un Dio della paura. E non credo che impariamo quanto siamo umani solo se siamo sottoposti alla sofferenza. Se non siamo in grado di capire da soli cosa siamo, e se non sappiamo prendere decisioni su noi stessi e su come vogliamo vivere o morire senza venire torturati per capirlo, allora non valiamo nulla."

Qualche giorno fa, in preda a una delle mie cicliche crisi mistiche, l’ho tirato fuori per rileggerne qualche pagina che avevo sottolineato. Ho piacevolmente scoperto che, a distanza di due anni, quelle frasi continuano a coinvolgermi. Il monaco che parla al giovane dubbioso dice quel che da sempre aspetto (e forse per sempre aspetterò) di sentirmi dire da un prete munito di libero pensiero.
"Ho detto a Fra’ K. che penso di essere un ateo. Lui ha detto: Almeno possiamo provare ad aiutarti ad essere un buon ateo. Ho detto: Che cos’è un buon ateo? Lui ha detto: La stessa cosa di un buon cristiano: uno che dubita."

Allora mi è venuta un’idea assurda. Ho scritto una lunga email, in inglese, su quel libro, sulla mia esperienza, sulla fede, il cattolicesimo e the Pope. Poi l’ho inviata ad Aidan Chambers.

Che in un giorno mi ha risposto con un’email quasi altrettanto lunga.

Ora, apparteilfatto che i’m very proud di aver sperimentato il mio inglese su argomenti diversi delle pens sul table, nonché del fatto che sono riuscita ad attirare l’attenzione di costui con i miei sproloqui pseudofilosofici, la risposta è stata triste. Nel senso che lui – il quale ai tempi fu anche pastore anglicano – concorda con me: "I understand and sympathise with all you say about conventional religion and belief". E, concordando, ne ha tratto le logiche conseguenze.
"I no longer have any faith in institutional forms of religion of any kind. All institutions inevitably become corrupt and authoritarian, and develop elaborate dogmas and rules, most of which have nothing to do with the original source of the religion. (This is also true of politics.)".
Tutto ciò non ha niente di speciale. La metà dei credenti finisce a pensarla così, presto o tardi, e se ne va.
Bisognerà che io scelga la metà giusta. 

[Gli avevo scritto: I'm a 19-year-old girl who studies Italian literature at university and.. doubts a lot. I think the definitions of "good atheist" and "good believer" you gave in "Now I know" fit me perfectly: I'm someone who doubts. I only have to choose which kind of doubts I prefer.]

A Lettere si può scrivere sui muri, ma non passare per ignoranti

Graffito su un muro: sento forte il vibbrante galleggiare della passione, con una nota relativa a vibbrante: è fatto apposta

Vita universitaria – 3

Durante una pausa pranzo la collega toscana mi ha introdotto nella sua compagnia, abbandonata sui gradini di un bar dove svendevano aperitivi a un euro. C’era il suo triennale fidanzato, un buffo omino minuscolo e identico a lei, che studia per diventare educatore sociale; poi mi si sono presentati calorosamente tre o quattro ragazzoni variopinti, in un’incoerente mescolanza di dialetti, stili e capigliature. Dopo i convenevoli di rito mi hanno gentilmente offerto qualcosa da bere – che non ho accettato - per poi raccontarmi gli allegri postumi dell’ultima devastante serata alcolica a casa loro. Entro venti minuti ero già invitata a cena per quella sera.
Ho avuto la rapida visione di una matricola astemia sola e sperduta, borghesemente vestita, schizzinosa e un po’ impacciata, che faceva lo slalom tra sconosciuti ubriachi distesi sul pavimento in una nube di fumo. Ho detto che i Galvanini m’aspettavano per il pranzo e sono fuggita.
Naturalmente, entro un minuto me n’ero pentita. Se mi invitano un’altra volta ci andrò.

Poco prima dell’esame di geografia economica* c’è stato un fugace scambio di appunti. Con Samuele ci si è limitati a un toast dall’indiano in una giornata piovosa. Lui ha un look più comunemente normale, e péndola (cioè fa il pendolare) da un qualche paese emiliano che non ricordo. Fa teatro come me e gli piacerebbe diventare sceneggiatore. 
Ambra invece ha avuto l’onore di essere il primo soggetto universitario a calcare il parquet di camera mia. Entrando ha sùbito stretto la mano a mio padre, e per un attimo mi sono chiesta quale reazione chimica sarebbe avvenuta al contatto tra un sovrintendente in giacca e cravatta e una proletaria con un anello al naso.
Durante il piacevole pomeriggio ho avuto modo di scoprire che condividiamo una buona percentuale di opinioni etico-politiche sinistre (nell’accezione parlamentare del termine) e che lei auspica l’eliminazione del latino da tutti i corsi moderni.

Breve digressione sul latino, con insulto estemporaneo al prof. D.

Come far incazzare una matricola di lettere in pochi semplici passaggi:

- Annunciare che la prova scritta di latino si può dare una sola volta, quindi, se va male, sono solo cazzi tuoi.
- Convincere un’innocente matricola di lettere che se vuole un voto decente è meglio dare latino tra mooooolti mesi.
- Il giorno dell’esame, cui l’innocente matricola non è andata, spiegare che hanno cambiato idea, per cui concedono di dar latino due volte.
- Far fare una versioncina di Eutropio che il Ceres ci avrebbe dato in seconda liceo, la cui proposizione più complessa era un cum e congiuntivo.

Ora.
Come dire.
Ecco, ci siam capiti.

* (Ah, ho preso 30. Ma comincio ad aver l’impressione che non significhi molto. C’è un po’ d’inflazione in questa facoltà…)

Vita universitaria – 2

Popolazione

La fauna che popola il 38 (e zone limitrofe) è oltremodo variegata. Il professor Ivano D. lo annunciò con sofferente desolazione già alle prime lezioni: "tra la vostra marmaglia ci sono grandi latinisti e irrecuperabili mezze seghe", disse, forse utilizzando un altro registro linguistico.  

I Galvanini del Pranzo 

Sono entrati nella mia vita quando una ragazza lontanamente connessa all’azione cattolica mi ha bussato sulla spalla a Storia Medievale. Il gruppo è composto da frammenti di un paio di classi del Galvani, coi quali si trascorre la pausa pranzo seduti in piazza Verdi. I Galvanini raccontano storie terribili sulla loro esperienza nel liceo classico più borghesemente in della città, della cui illustre tradizione rimane forse soltanto qualche avvizzito professore, radicato alla cattedra da millenni, sul quale girano cupe leggende da raccontarsi ad Halloween.
Per quanto traumatizzati e deviati nello spirito, pare che alcuni tra i Galvanini ne sappiano oggettivamente a pacchi. Ho ascoltato incomprensibili conversazioni sullo stile di Quintiliano e ne ho dedotto che non so proprio una sega. C’è comunque chi sostiene che se la tirino soltanto.
Il gruppetto si è gradualmente volatilizzato man mano che le lezioni del prof. D. si dimostravano, per loro, inutili e già sentite. Qualche tempo fa capitò loro tra capo e collo pure un lutto improvviso, che credo abbia un po’ influito sulle assenze di qualcuno. I miei pranzi si son fatti allora più solitari; resta giusto l’indiano del bar, che ormai mi conosce e appena compaio inizia a scaldarmi un toast.

L’utilità di Geografia Economica

Ho cominciato a frequentare le lezioni con una settimana di ritardo perché avevo letto male sull’orario. Stavo aspettando fuori dall’aula con gli occhi semiaperti – l’unica lezione alle nove, porcadiquella.. - quando ho sentito dietro di me un toscaneggiante Scusa, che tu per haso fai latino hon D.? Il fatto che io sia così riconoscibile ha sempre qualche vantaggio.
Ambra è piena di piercing, sorridente e abbastanza bassa perché io riesca a guardarla in faccia senza troppi sforzi. In aula mi ha presentato Samuele, altro filologo-letterario piovuto in quel corso assurdo. Conosciuti questi due, lo scopo delle lezioni era stato ormai raggiunto, per cui ho smesso di frequentarle.

Vita universitaria – 1

Sento il dovere moralblogghico di occupare queste giornate di discreto cazzeggio ragguagliando i miei lettori sulla mia carriera universitaria. In realtà so bene che ai lettori non frega una cippa, ma sapete, c’è sempre la forbice e la memoria che si sfolla, i ricordi nei ricolmi secchi, eccetera. La mia lettrice più assidua sono sempre io.
Vi sorbirete quindi qualche puntata sull’argomento.

Esami 

Dunque.
Ho dato il mio primo esame in un’auletta piccola e affollata, dove "affollata" sta per tuttiaccalcatigomitoagomito. 
Scoperta Banale Numero Uno: si copia di brutto anche all’università.

Ricevuto il foglio, ho capito che "due domande aperte" significava "otto domande tra cui sceglierne due". Sarebbe stata una notizia bellissima, se non avessi perso i miei primi due mesi di università a deprimermi su manuali di geografia economica dei quali, scoprivo allora, potevo saltare almeno la metà.
Scoperta Banale Numero Due: studierai un mucchio di roba inutile prima di capire qual è quella importante.

Notando che il mio vicino-di-gomito aveva scelto la mia stessa domanda, gli ho bisbigliato speranzosa di scriver grande e tenere il foglio sulla destra. Ogni tanto lanciavo un’occhiata al suo compito traendone qualche frase; quello gentilmente evitava di voltar pagina finché non finivo di leggere. In più, sotto al banco tenevo un fido quaderno di appunti, pronto per essere aperto in caso di necessità – come avrebbe potuto vedermi la prof tra tutta quella folla pigiata?
Scoperta Banale Numero Tre: si copia di brutto anche all’università, ma a copiare riescono sempre e solo gli altri. Tutto quel che ho letto dal mio collega più o meno lo sapevo già, e il quaderno alla fine non l’ho tirato fuori.
Scoperta Banale Numero Tre Bis: i secchioni come me sono sempre i più idioti in questo genere di cose.