Monthly Archives: novembre 2010

23° anno

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  • Abitare da sola
  • Fidanzarsi
  • Laurearsi
  • Innamorarsi
  • Iscriversi a una nuova facoltà, stavolta quella giusta
  • Sperimentare i desideri

Obiettivi raggiunti.

[Non male, no?]

Consolazioni

Io penso che soffrirò sempre per la nostra diversità, per il fatto di non condividere molti interessi, e perché una parte di me resterà inesorabilmente sola nei suoi discorsi.

Ma amo così tanto il modo in cui mi consoli di queste cose, che potrei soffrirne volentieri, pur di farmi abbracciare, dopo.

Scelte

“Le strategie che mettiamo in atto sono una scelta, ma una scelta alle condizioni che ci sono note. E’ la migliore combinazione possibile di scelte e adattamenti che abbiamo scoperto, sulla base degli elementi dell’esperienza che abbiamo a disposizione. Ciascuno di noi, in realtà, scarta la situazioni di fallimento e imbocca altre strategie. [...]
Incontriamo, così, persone che piano piano vanno rinunciando ad alcuni percorsi immaginati, ad alcune mete desiderate, e riducono l’immagine del loro futuro.”

“Le persone senza dimora sono senza dimora, non hanno scelto di fare questa vita, si trovano a fare questa vita. Parlare di scelta significherebbe attribuire a loro e a noi delle capacità decisionali che loro non hanno e che secondo me nessuno possiede interamente, a meno che non si voglia aderire, in modo sciocco e acritico, alla immagine, francamente obsoleta, di un soggetto borghese autonomo, decisore e decisionista.”

(Rispettivamente, Luigi Gui e Giovanni Pieretti in Servizio sociale e povertà estreme)

A me pare che ci crediamo tutti molto liberi di prendere decisioni. Di applicarle, magari, non sempre; ma tutti sappiamo bene cosa vorremmo, e siamo convinti di averlo deciso con un buon grado di consapevolezza.
Certo, i più emotivi obietterebbero: “no, io invece sono confuso, non so cosa voglio fare della mia vita ora”. E i più deterministi: “non sono io a scegliere, è stata la mia storia, o la società, ad indurmi desideri e decisioni”. Obiezioni valide: per fortuna a volte cogliamo alcuni limiti della volontà.

Ma le frasi che ho citato mi hanno messo di fronte a un altro limite, molto più difficile da individuare, perché lavora sotto il livello di consapevolezza, e si traveste da libera volontà: la paura del fallimento.
Chissà quante volte mi sembra di sapere esattamente cosa voglio, cosa mi piace e cosa non mi piace, cosa è divertente e cosa è faticoso, e magari il quadro mi risulta così chiaro solo perché ho automaticamente escluso tutta un’altra serie di possibilità. Eliminate in quanto evocano un ricordo difficile, troppi tentativi falliti, frustrazioni che non vorrei affrontare un’altra volta. Ma camuffate da cose che non mi interessano, o che proprio detesto.
Vabbè, tutta ‘sta pappardella l’aveva poi già detta quello de la volpe e l’uva.

Una volta avevo un amico – devo avercelo ancora, da qualche parte – che non riusciva più a desiderare. Ora credo sia drogato di antidepressivi in qualche comunità, quindi “non riusciva più a desiderare” non va inteso come un’iperbole.
Un giorno mi raccontò il suo primo colloquio con un nuovo psichiatra. Il mio amico aveva descritto la sua totale assenza di stimoli, obiettivi, voglia di vivere. Lo psichiatra gli disse: “Ma finché lei è ricoperto di tutte queste paure, come crede che possano emergere i desideri?”

E come può emergere la nostra libertà?

Compromessi

“Il punto non è ottenere esattamente ciò che vogliamo. Il punto è essere abbastanza adulti da saper plasmare ciò che vorremmo su ciò che abbiamo.
Se c’è un momento, nella vita di una persona, in cui si passa dall’età adolescente all’età adulta non è la prima volta in cui si fa sesso, non è la patente, non la prima sbronza non il primo ti amo, non il primo cuore spezzato. E’ il momento in cui, pur rendendoci conto di non poter avere esattamente ciò che vogliamo, proseguiamo per la nostra strada senza rinunciare al nostro sogno, ma modificandolo al punto di renderlo fattibile. Essere adulti, per me, significa questo. Scendere a compromessi con se stessi, senza pensare che sia denigratorio, sbagliato o umiliante.”

(tratto da places that pull)

Mattina

sole al pilastro
(Se questa è incuria)

Il bravo storpio – 2

“La gente non soltanto si aspetta che tu reciti la tua parte, ma anche che tu sappia stare al tuo posto. Per esempio, mi ricordo di un tale che incontrai in un ristorante di Oslo. Era gravemente invalido e aveva lasciato la carrozzina per salire su una scala abbastanza ripida su fino alla terrazza dove si trovavano i tavolini. Siccome non aveva l’uso delle gambe, doveva trascinarsi sulle ginocchia. Appena cominciò a salire le scale in quel modo insolito, i camerieri si precipitarono verso di lui non per aiutarlo, ma per dirgli che non potevano servire una persona in quelle condizioni in quel ristorante dove la gente andava per divertirsi e non per rattristarsi alla vista degli storpi.”

Personalmente ho salito le scale nei modi più ridicoli, e tuttavia nessun cameriere mi ha mai rotto le scatole – ma forse non frequento locali abbastanza chic.
In ogni caso, l’esempio riportato da Goffman è utile a ricordare che l’accettazione va bene, ma solo fino a un certo punto. C’è un limite oltre il quale non si può andare.

“Credo di essermi resa conto della mia situazione quando ero andata con un gruppo di ragazzi miei coetanei sulla spiaggia. Ero sdraiata sulla sabbia e credo che gli altri pensassero che dormivo. Uno dei ragazzi disse: “Mi piace molto Domenica, ma non uscirei mai con una ragazza cieca”.”

Il bravo storpio, quindi, deve comportarsi come se si sentisse normale, dev’essere a suo agio e tollerante, ma non pretendere troppo. Finché non si spinge troppo oltre, le sue strategie funzioneranno e potrà vivere come se fosse accettato.
Ma se chiede più di quanto gli è concesso, l’accettazione si rivelerà per quel che è: un’”accettazione fantasma“.

C’è poi un altro punto oscuro, su cui Goffman si sofferma solo rapidamente. Per ostentare un buon adattamento, e averne i conseguenti vantaggi sociali, lo stigmatizzato può essere costretto a negare i lati più tristi della sua esistenza.

Quando ho letto La terza nazione del mondo, un saggio sulla disabilità, sono rimasta infastidita dalla visione ossessivamente pessimista dell’autore. Non faceva che ribadire che i disabili integrati sono pochi, e che non bisogna lasciarsi ingannare dagli esempi eroici forniti da qualche lacrimevole vita in diretta, perché le difficoltà oggettive sono tante e le persone scoraggiate.
Mi innervosiva. Leggendo, sentivo l’impulso di fornirgli una lista di efficienti soluzioni pratiche atte a rendere comunque desiderabile qualsiasi tipo di esistenza. Mi dava fastidio, mi dava così fastidio che ho iniziato a chiedermi come mai.
E mi sono risposta che, forse, è perché sono proprio una brava storpia.

Ovvero, ho assimilato quasi tutte le strategie di cui al precedente post, le pratico regolarmente e questo mi fa sentire davvero a mio agio. Cioè, non è che fuori fingo, poi torno a casa e piango. No no. Sono proprio convinta di sentirmi a mio agio, sul serio. Penso che si veda anche da fuori.
Ma quando sei uno con un buon adattamento, diventa difficile gestire le difficoltà che prima o poi saltano fuori, piccole o grandi, che ti riguardino direttamente o che trovi solo citate in un saggio di sociologia.

Perché se ammetti che c’è un problema, anche una piccola cosa che ti disturba, sai che il normodotato medio potrà collegarla inconsciamente alle sue immagini tragiche relative agli stigmatizzati, e ingigantirla. Potrebbe iniziare ad avere pietà, sentirsi in colpa perché lui sta meglio, o sinistramente goderne. Potrebbe dubitare della tua reale vicinanza al gruppo dei normali, mettendo istintivamente una distanza tra te e lui.

Se un normale esprime una difficoltà, relativa a qualche aspetto della sua vita, riceverà una comprensione proporzionata. Lo stigmatizzato sarà compreso non solo in quel che ha detto, ma anche in tutto quel che l’interlocutore immagina su di lui – quindi, non sarà compreso, sarà frainteso.
Naturalmente non è detto che vada sempre così, ma cioè non toglie che lo stigmatizzato sa di doversi confrontare con questo rischio, ogni volta che si mostra più debole. E questo può dissuaderlo dal mostrarsi fragile.

Il bravo storpio – 1

“Ho imparato che gli storpi debbono stare attenti a non comportarsi in modo diverso da quello che gli altri si aspettano da loro. Prima di tutto, la gente si aspetta che lo storpio sia… storpio.”

E’ una citazione riportata da Goffman nel suo Stigma, un saggio pubblicato abbastanza tempo fa perché non fosse costretto a usare noiose perifrasi politically correct. Storpio è molto più divertente.

Non so se l’avete notato, ma con questa frase, forse, vi ho strappato un sorriso. Qualcuno starà pensando che chi parla di un handicap – di uno stigma – con tale leggerezza, beh, è a suo agio con la propria diversità, ha elaborato una strategia vincente per conviverci. E anche voi vi sentite più a vostro agio nel comunicare con uno “stigmatizzato” – per usare la terminologia del saggio citato – che mostra questa sicurezza. Vi sentireste peggio con un vittimista, o con uno che vi accusasse di mancanza di tatto.

Esiste, allora, una certa immagine “rassicurante” dello stigmatizzato. Goffman ne definisce alcuni tratti:

  • considera se stesso un essere umano come tutti, che ha solo qualche limitazione pratica;
  • si sforza di fare il massimo che la sua limitazione gli consenta; ma senza esagerazioni patetiche, per non sembrare uno che voglia negare i propri limiti;
  • non fa la vittima;
  • non si arrabbia se i normali si dimostrano superficiali o involontariamente offensivi, perché capisce che fanno così solo per ignoranza o imbarazzo. Quando succede, anzi, li rassicura, e gli spiega con calma come stanno le cose.

Sull’ultimo punto c’è qualcosa da aggiungere. Il bravo stigmatizzato, maturo e consapevole di sé, non solo è tollerante, ma si mette d’impegno per ridurre la tensione dei normali nel rapportarsi con lui. Lo fa attuando precise strategie, come scherzare sul suo stigma, o accettare l’aiuto offertogli anche quando è inutile, sapendo che questo gratifica il normale e lo mette più a suo agio.

Se lo stigmatizzato riesce a comportarsi secondo questi parametri – stabiliti dalla società – è probabile che sia, effettivamente, più accettato. Goffman non mette in dubbio che queste siano davvero strategie utili per vivere meglio. Può funzionare: far sentire meglio il normale fa sì che questi si relazioni più tranquillamente con lo stigmatizzato, il quale quindi sarà a sua volta a proprio agio.

Il primo punto interessante da notare, secondo me, è che finalmente queste strategie vengono considerate per quello che sono, ovvero un adattamento alle richieste della società. Non una dimostrazione di particolare saggezza, maturità o doti morali. Scrive un cieco:
“Il non credere che il desiderio di continuare a vivere possa scaturire da motivi molto banali è molto frequente, tanto che, come difesa contro di esso, si sviluppa automaticamente una razionalizzazione per spiegare il proprio comportamento. Si sviluppa una “filosofia”. Sembra che la gente insista sul fatto che tu hai una filosofia e scherzi quando dici di non averla. Così fai del tuo meglio per contentare gli estranei che incontri, che vogliono sapere cos’è che ti fa continuare.
Hai un’intuizione davvero insolita se riesci a renderti conto che la tua filosofia è raramente una tua creazione, ma in realtà un riflesso della concezione che il mondo ha della cecità.”

Il secondo punto interessante è che dietro l’apparenza del bravo storpio, felice e accettato, può nascondersi molto altro.

[...continua...]