Monthly Archives: luglio 2010

Volevo

E sotto quell’albero volevo dirti
- però dovresti fare qualcosa, se ti capita con tutti di non sentirti ascoltata
che si diventa cattivi per molti strani motivi, a volte si accumulano negli anni e non sai più distinguere bene
- adesso avrei un sacco di cose da raccontarti di me
nel mucchio di paure, difese, meschine sfide per capire quanto si è importanti
- però ho paura che poi tu dica che non ti sto a sentire
ma a un certo momento… non è che distingui chissà quanto meglio, però
- mi hai dato delle risposte troppo dure da mandare giù
ti commuovi
- mi hai fatto capire che non c’era più niente
e siccome per iscritto non rendeva granché,
- abbiamo già chiarito, non importa parlarne ogni volta
volevo in qualche modo
- io sono a posto,
anche se magari non lo merito
- certo non sono una macchina,
volevo, lì sotto l’albero,
- non so perché la gente si aspetti da me
tipo
- che tutto in un attimo
abbracciarti.

Le Mille Porte

“Le strade di Fàntasia”, disse Graogramàn, “le puoi trovare solo grazie ai tuoi desideri. E ogni volta puoi procedere soltanto da un desiderio al successivo. Quello che non desideri ti rimane inaccessibile. Questo è ciò che significano le parole “vicino” e “lontano”. E non basta volere soltanto andar via da un luogo. Devi desiderarne un altro. Devi lasciarti guidare dai tuoi desideri.
[...]
Attraverso il labirinto delle Mille Porte ti può guidare solo un vero desiderio. Chi non lo ha è costretto a continuare a vagarci dentro fino a quando sa esattamente che cosa desidera. E questo talvolta richiede molto tempo”.

(Micheal Ende, La Storia Infinita, p. 240)

Connessioni sparse:
F. che si spegneva per mancanza di desideri – M. che seguiva da sempre un solo, vero desiderio – i pazienti che vagavano in cerca dell’unico desiderio impossibile – G. che lotta per distinguere i propri desideri da quelli altrui –
io che rimbalzo incerta, prigioniera tra le Mille Porte, illusa che ciascuna sia migliore.

Gioco d’azzardo

Potrei vincere di più. L’ultima mano. L’ultima poi smetto. L’ultima, ancora,
l’ultima, promesso, poi lascio,
è che può andare meglio,
dai ancora una,
un’altra, solo
promesso
una

[Salvatemi dal fascino della possibilità]

Cose da tenere a mente

per sopravvivere alle frustrazioni quotidiane (e per durare più di due mesi in un’eventuale professione sociale):

A volte fallisci.
Puoi sbatterti per mesi e vedere il tuo lavoro scavalcato in un secondo dalla cricca di potere. Per pigrizia, cavilli, piccoli interessi di cortile.

Le ingiustizie rimangono.
Puoi combatterle, ma a volte perdi. E non avrai mai il tempo di combattere per ogni cosa.

Non tutti i limiti si superano.
In genere sei molto brava a oltrepassare ostacoli e inventare strade alternative. Hai trovato soluzioni a problemi che non avresti mai sperato di risolvere.

Ma alcune non le troverai.

La giornata migliore

Comincia con tre ciotole blu, ultimi arrivati nella mia casa blu e arancione. Stanno così bene, vivrei in un mondo blu a chiazze arancioni. Prosegue con una telefonata inattesa, lunga e intelligente, sagace come sempre, di quelle in cui assapori la qualità del dialogo con una specie di piacere fisico. Poi è tempo dell’ultima ripassata, dimentico qualcosa come ad ogni generale, ma so bene di conoscere la parte.

Qualcuno mi precede addrittura, poi lo raggiungo e aspetto la fila degli amici, bacio di qua, bacio di là. C’è qualche grave assenza, ma me ne accorgo solo tardi – succede alle assenze ostinate, si allargano fino alla memoria.
Arriva il momento e si va veloce, dicono che abbia parlato con quasi sufficienza, io non saprei, ero impegnata a rileggere il copione nella testa e a dosare gli sguardi tra il muro e i togati, cercando approvazione nel millimetro di mento che s’inclina. Spiego anche come mai ho fatto un poco a modo mio, scegliendo testi che dicessero qualcosa, senza immolare alla linguistica il piacere. Se gioco al limite coi punti, tanto vale rischiare sulla carta che di solito funziona: mostrare personalità.
Quindi abbracci di rito, tra braccia che dei riti non hanno mai saputo nulla – perciò s’impastano, si aggrappano o si mancano. Qualche foto goffa, poi lo scherzo inesorabile, proclamare Moccia in strada con in testa una corona di cartone giallo, a dichiararmi regina dei libri spazzatura. La creativa dedizione di qualcuno mi commuove. Manca un po’ di iniziativa, ho amici troppo seri come me; ma col campo visivo ingombrato di alloro ti senti in grado di qualsiasi cosa, e allora Cathia ha il più bel culo d’Europa.

Più tardi, aperitivo a un tavolo strano: campioni casuali degli ultimi nove anni, incredibilmente capaci perfino di parlarsi; e una foto leggendaria col pilastro burocratico di Facoltà.
Quando riesco a defilarmi, finalmente coccole. Che più della laurea segnano un punto d’arrivo.

Infine, una cena a cui non avevo tanta voglia di andare, ma sapevo che in fondo era per me, avevano insistito troppo perché ci fossi. Un brindisi che non so fare – ah, queste maledette, sconosciute situazioni sociali! – ma in fondo sto diventando affettuosa anche verso le mie gaffes. Poi un regalo azzeccato, non tanto per l’oggetto – Gaber – ma per il valore, come un riconoscimento di identità. E comunque, riuscire a far cantare Destra-sinistra a un gruppo di ciellini dà una certa soddisfazione, per quanto ci fossero già precedenti.

Ah, dimenticavo la Bellezza. E’ stato scioccante vederla sbucar fuori all’improvviso, scrollando via con un gesto l’abituale, lardosa goffaggine che la soffoca in quel corpo. E non si tratta solo della qualità dei gesti e della recitazione improvvisata da un dilettante di talento; era piuttosto la bellezza di una specie di speranza – come a ricordarmi di avere fiducia, ché dal letame nascono i fior.

Finisce – la giornata – tornando sul vialetto con gli alberi di notte, che fanno un po’ paura – un filo di vento e già tremano, i pioppi fanno presto a frusciare forte fino al fondo dell’orecchio.
Mi fermo lì un minuto, chiedendomi quando sarà il turno del mio filo di vento – a me ne basta proprio un soffio appena, sto come d’autunno / sugli alberi le foglie. E poi ormai sono fregata, se davvero non ti tocchi chi più t’ama: l’ho toccata.

Ok, da oggi, chiamatemi dottoressa. (Ma anche no)

Avrei dovuto guardare Scrubs molto tempo fa.

“Il problema sei tu. Il fatto è che tu non sei capace di impegnarti perché significherebbe abbandonare tutte le fantasie d’amore inappagate che hai coltivato andando a vedere troppi film con Meg Ryan. E’ che gli uomini non risolvono tutti i problemi, sono esseri umani.”

(Scrubs, 2° serie, puntata 16)

Cassaforte – 3

Poi racconto degli scherzi che facevo – anche belli pesanti, da mandare in panico due poveri genitori. Leggevo troppi libri avventurosi con ragazzini ribelli e creativi, e dato che io non potevo arrampicarmi sugli alberi o giocare agli indiani nel bosco, mi accontentavo di chiudere in bagno il papà.
Non mi sgridavano troppo, in fondo. Solo se svegliavo la mamma, nascondevo oggetti o disfacevo la valigia appena chiusa.

Alcune cose erano ancora diverse da oggi, oltre che del tutto dimenticate. Un giorno Rita ha suonato la chitarra mentre i miei cantavano. Ho dovuto rileggere quel paragrafo due o tre volte prima di crederci.
E poi volevo ancora giocare con mio padre.

Sento rumori dietro la mia porta, papà starà posando il borsello sul comodino, è rientrato. Magari busserà per salutarmi e prendermi in giro come al solito, e io come al solito risponderò vattene, secondo il nostro abituale gioco di ruolo.
O forse potrei rispondere – c’è stato un attimo, un brevissimo attimo in cui avrei davvero potuto farlo: papà, perché la mamma non giocava quasi mai con me?

Perché da quando vi conosco dormite in letti separati?

Quand’è stato che ho smesso di parlarti?

E perché?

Cassaforte – 2

Poi ho trovato un quaderno a quadretti, più vecchio. Estate 1997. Avevo già una prosa notevole, tutti i verbi al loro posto.
La confusione era altrove.

Rita. Le prime pagine pullulano di Rita. Rita mi porta al mare, con Rita mi diverto in acqua sul materassino, Rita “accalappia tutti i bambini che trova in spiaggia” per farmi socializzare, avevo nove anni ma questo l’avevo già capito. Di papà, racconto una volta in cui giocavo a cavalcare la sua pancia. “Voglio uscire con papà per andare al negozio, perché deve esserci anche Rita? Ho detto di non farla venire con noi, lei diceva ma perché, io dicevo no, voglio solo papà, alla fine è venuta ma ha detto beh magari vado via a metà tragitto, ma io sapevo che chissà quando se ne sarebbe andata”.
La mamma non c’è. Cioè, c’è ma non la incontro, all’inizio non racconto mai nessuna diretta interazione con lei – a parte quando appare per dirmi di mangiare. E’ una voce: dà le regole, fornisce permessi.
Il 15 agosto sono triste, Rita ha la giornata libera, quindi non potrò tirare gavettoni a nessuno. La mamma, dalla sua sdraio, mi schizza con uno spruzzino; io raccolgo l’invito e le lancio un bicchiere d’acqua. Annoto: “avrà capito che oggi per me era una giornata persa, così ha voluto fare come se fosse una giornata normale, come se ci fosse Rita (o meglio, la sua presenza non è normale, ma ormai mi sono abituata) o come se avessi due genitori sani e spiritosi.

Sani e spiritosi.

A fine agosto festeggiano l’anniversario di matrimonio. Occupo pagine ad arrovellarmi su cosa regalare ai miei – ma quindi ancora gli facevo regali, all’epoca! – e riporto la battuta di un vicino: “a tuo padre? Regalagli una moglie”. Nel diario non aggiungo commenti. Forse all’epoca avevo solo intuito che poteva significare qualcosa di abbastanza importante per scriverlo, ma non sapevo bene cosa.
Ora un’idea ce l’ho.

[continua...]

Cassaforte – 1

Clac-clac. Scatta la combinazione – tre numeri, indimenticabili – e sollevo il coperchio. Lo apro spesso per prender qualche cosa dallo strato sopra – codici della banca, carte di credito, roba così – ma i dieci centimetri sottostanti sono intonsi da anni. In fondo c’è ancora un sacchettino con qualche moneta da cinquanta e cento lire.

Se non risolve il rapporto coi suoi genitori, avrà sempre paura di non sentirsi capita dagli altri.
Sposto le monetine, tengo su il coperchio con il mento mentre le mani frugano dove non è entrata nemmeno la polvere. C’è una pila di fogli e libercoli pressati uno sull’altro. Sullo strato più alto, sotto le lettere della banca, c’è un diario giallo scuro, col lucchetto aperto.

Nel 1999 la mia calligrafia blu saltellava netta e scomposta, dicendo cose religiose o moraliste. Dopo l’estate cambia all’improvviso, si fa più tonda, leggermente più ordinata, e parla spesso di amici. C’è in classe quel nuovo Luca, compagno di banco, – “inizio ad andare a scuola per vedere gli amici, non più pensandomi sola col professore” – almeno finché non viene spostato (e allora, il dramma). “Sono le 16.23″ - ero molto precisa – “e doveva venire da me alle quattro. Ora gli telefono. … Dormiva, gli ho detto vabbè, torna a letto, ma domani gli chiedo perché dormiva anziché venire a trovarmi, certo, però non posso farlo arrabbiare”. Forse da queste parti è nata la mia dipendenza da chi non se lo merita.
Ma non è questo che stavo cercando.

Più sotto c’è una grossa agenda; le pagine sono bianche, ma in mezzo è ricolma di fogli piegati in quattro. Disegni, lettere. Ce n’è una per il vecchio Luca, l’altro, quello di sempre. Gli chiedo di tornare, anche se quel giorno abbiamo litigato perché aveva rischiato di farmi male. Aveva esagerato già varie volte, con l’euforia scomposta dei bambini; così lui mesto mesto aveva detto “ho dimenticato le regole“, e se n’era andato “per il mio bene”. A volte mi chiedo quanto male posso avergli fatto, in quell’epoca che non ricordo, giocando coi suoi sensi di colpa.
Ma non cercavo nemmeno questo.

[continua...]