Monthly Archives: aprile 2011

Cellophane

La protezione si fa incarto di cellophane. Appese alla testiera del letto, innumerevoli grucce con maglie e maglioni sotto protezioni trasparenti. Le ho sempre detto che m’impicciano, i vestiti appesi, bastano i cassetti – ma appena ho abbandonato il costante controllo del luogo, il fenomeno è esploso. Ai piedi del letto è apparsa una struttura appendiabiti dov’è allineata una decina di miei abiti, perlopiù dentro al cellophane.

Il cellophane ha ricoperto disordinatamente anche la mia vecchia tastiera, quella che non ho mai imparato a suonare sul serio. Dalla finestra – quella magnifica finestra al sesto piano, da cui ho sognato libertà per tanti anni – non riesco più a guardare, non senza dover scostare prima due strati di pesanti tende blu. Io le chiudevo di notte, casomai, ora entrando in quella camera la trovo sempre soffocata nella penombra umida di una stanza chiusa.

Apro i cassetti. Strabordano di magliette tinta unita, tutte uguali – grigie, nere o azzurre – che non ho mai comprato. Un tempo ne discutevamo spesso, con calma, litigando o piangendo di rabbia, le ho detto in tutti i modi di non comprarmi nulla, che mi faceva sentire dipendente, così – ma tu non ti compri nulla, non vedi come sono rovinate ormai le tue cose?. Anche i pantaloni – tutti uguali, tinta unita neri o beige, con la taschina rettangolare cucita da mamma sulla gamba sinistra – si sono moltiplicati da soli, e sono incartati anche loro in gusci trasparenti – in mia assenza, i pantaloni devono aver acquisito una vulnerabilità che non sapevo.

Mi sono svegliata e sono andata in bagno. Ero ancora sulla porta del bagno quando
- Ti metto la stufetta in camera, così poi se vuoi l’accendi
- Mamma, non mi serve la stufetta, fa caldo, e lì in mezzo è stretto, ci sbatto sempre, non metterla

ma non sente più, non sente mai, se è di spalle.

Franco, vai a prendere una nuova bottiglia, non vedi che sta finendo la sua.
Vuoi un po’ d’olio? Tieni
Se vuoi altre lasagne te le taglio, passami il piattino che te le taglio
Ti serve della roba? Viene giù papà a portartela in macchina, dai Franco vai con lei

Chiudo il portone di casa – forse ce l’ho fatta, forse me ne sto andando, sono finiti questi due giorni? – chiamo l’ascensore

la porta si riapre

Se vuoi viene papà ad aprirti il cancello

Ottativo

Quasi banale dire che la felicità sta nel compromesso, nell’addomesticare i desideri alle possibilità.

Ma a volte mi domando quanti desideri non sono mai nati perché palesemente irrealizzabili. Non dico desideri nati e poi scartati, parlo proprio di quelli che non si sono mai affacciati nella mente, quelli che quando te li nominano rispondi mah, no, non mi è mai interessato, non ci ho mai pensato, son cose che non mi attirano.

Più è vasta, quest’area di non-interesse, più è facile essere felici. Niente aspirazioni troppo ardue a realizzarsi, niente scontri con chi potrebbe ostacolarti, e nemmeno frustrazioni da noia o vita vuota, perché quel vuoto è condizione naturale, non mancanza di qualcosa – non si sente la mancanza di ciò che non si desidera. Basta quel che già si ha.

Io non ho molti interessi. Non c’è nessun posto dove voglia assolutamente andare, e nessuna cosa che vorrei assolutamente fare: posti e attività mi sembrano tutti più o meno uguali, interscambiabili, fa lo stesso, fa sempre lo stesso. Quasi tutti sognano un viaggio o hanno un locale preferito o una trasgressione da fare prima o poi – non so, salire di nascosto su una gru. Io no, non mi è mai interessato. Così, non ci ho mai pensato, son cose che non mi attirano.

Non mi attirano.

Non mi attirano.

Vero?

[E se avessi abortito per eccesso di prudenza anche qualche desiderio possibile?]

Volteggiare

Guidando giù dai colli, in una notte abbastanza vuota da poter andare piano, come piace a me, pensavo

agli indecifrabili affetti che si mescolano e si sovrappongono e confondono e indistinguono l’uno dall’altro, scambiandosi i ruoli e le priorità;

alle innumerevoli cotte, intese come fascinazioni totali e più o meno improvvise verso cose o persone, presto sporcate da irritanti imprecisioni, goffe indelicatezze, o fatali buchi neri sul piano dei valori – per cui forse andrebbe riscritta qualche opinione e qualche post (per poi rifarlo come prima, pentendosi, e poi ancora);

e immaginavo – come faccio spesso, con una certa fierezza – di prender per mano le vecchie persone e portarle fin qui, perché sgranino gli occhi, almeno quanto me allo specchio,
al vedermi volteggiare nel casino
mantenendo, tutto sommato, una specie di grazia.