Monthly Archives: gennaio 2013

Nevi

…c’è la neve e la neve da qualche anno ha un significato,
c’è stata quella della prima volta,
e poi quell’altra così bella, ricordo che lo era anche se non ricordo più perché,
anche se ora non me lo spiego più del tutto, ma mi aggrappo a questa convinzione come a una fede,
è l’unica cosa che mi resta di certi ricordi, il ricordo di averlo ricordato, io ricordo che mi sembrava così bello
e allora doveva esserlo, doveva.

E ora c’è questa, in cui assaporo il mio futuro lavoro, provo una vera soddisfazione nel farlo, mi appassiona,
e lì fuori c’è un alberino di natale un po’ in ritardo a farmi compagnia, sono da sola e forse un po’ mi spiace,
però può darsi che mi faccia bene, perché in effetti dovrei imparare ad avere una neve per me,

solo per me, da guardare senza ricordarmi di nessun altro,

qualche volta ci penso, i miei venticinqueanni, che continuano a sembrarmi troppi, non è che possa trascorrerli cercando sempre di riempirli con qualcun altro, di connettere ogni immagine a un ricordo o a un desiderio,
forse qualcuna, tipo la neve che cade là fuori, dovrei imparare a guardarla e basta, guardarla cadere, per quello che è, adesso, senza trasformare il mondo in una frotta di correlativi oggettivi,

o appena sbiadirà anche il ricordo del ricordo non mi resterà niente di nuovo da ricordare.

Innamorati

Faccio colazione

parco davanti alla mia finestra

di fronte a qualcosa del genere – finalmente riesco a rivedere una mattina, dopo giorni di nottambulismo; ho acceso la radio in sottofondo, e mi è sembrato strano avere di fronte un po’ di vuoto per pensare.

Un tempo passavo ore intere a parlare tra me e me. Mi raccontavo di tutto, parlavo con chiunque.
Non so se fosse una cosa buona o cattiva, ma ero molto in contatto con me stessa. Mi collocavo ogni volta nel punto giusto del mio grafico esistenziale, verificando cos’avevo fatto fino ad allora, e dove volevo andare.
Come corollario, avevo un sacco di materiale per post.

Poi è successo. E i miei monologhi si sono trasformati in un ossessivo, vorticoso ruminare quell’unico argomento. Per mesi. Dialogare con me stessa è diventato disturbante, così, appena ho avuto le forze per svincolarmi, ho cercato ogni scusa per mettermi a tacere.
Senza accorgermene, sono diventata incapace di passare un minuto senza fare nulla – e un cellulare col wireless non aiuta. Controllo facebook anche mentre sono in bagno. Se mi sfiora un pensiero qualunque, lo invio per sms.
E’ così difficile starci di fronte da sola, ai pensieri, non sai mai se a quello poi se ne attaccherà un altro, e un altro ancora, fino a condurti là dove non vuoi arrivare.

Ho iniziato a non sopportare la casa vuota, quella che avevo lottato per ottenere, e che una volta adoravo. Mi piaceva avere uno spazio liberissimo, dove potevo canticchiare, condire fette di pane e salmone o giocare con la pasta di sale. E, naturalmente, parlare da sola finché mi pareva.
Adesso questa casa cerco di riempirmela il più possibile, e quando sono costretta alla solitudine perlopiù mi attacco al computer, quella magnifica droga, o al limite studio a testa bassa, con meccanica determinazione.

Così, ho un po’ perso le coordinate. Mi si è ristretto lo sguardo, ho zoomato sui dettagli, sempre gli stessi, sempre più grandi, sempre più isolati dal resto, scollegati da un senso.

A forza di osservarmi

ho imparato a leggere tutti i livelli del mio umore.
C’è quello che si diverte – incredibilmente – chiacchierando con Gianma e gli altri,
e quello che a tratti mi fa perdere lo sguardo nel vuoto, dietro alla solita nostalgia.

A volte mi scopro a osservare tutto questo come dall’esterno – sarà colpa del manuale di psichiatria – e con un certo distacco, quasi chiedendomi chissà quale neurotrasmettitore mi è improvvisamente calato nel cervello.
Osservo l’oscillazione, fino a un certo punto le dò corda (ci sono comunque dentro, non posso non credere per niente a ciò che sento) e intanto aspetto che passi, sperando che stavolta duri poco.