Monthly Archives: giugno 2011

Braies



Good luck, ovunque tu sia

- Buongiorn.. buonasera, scusi questo treno va a Milano?

Alzo il viso dal libro, c’è un ragazzo magro e scuro, con uno zaino in spalla. Tu non ce l’hai il biglietto, si vede.
- Sì sì – rispondo.
Lui si siede dall’altro lato del corridoio, nella fila davanti a me, e inizia a sfogliare la rivista Frecciarossa abbandonata sul tavolino. Mi chiedo se la stia leggendo veramente.
La prima classe è completamente vuota, a parte me e lui, per quanto riesca a vedere dal mio posto. Che spreco, questo coso corre verso nord tutti i giorni semivuoto, e il mio biglietto costa 60 euro.

Arriva il controllore, chiede il biglietto al ragazzo, che ovviamente non ce l’ha. Allora gli chiede se ha i documenti, ma lui scuote la testa.
- Alzati, muoviti forza – lo esorta il controllore, – e te ne stai pure in prima classe!
Osservo che parlare con uno straniero senza biglietto autorizza all’uso del tu e di un registro colloquiale. Il ragazzo si alza senza dire una parola e senza opporre resistenza, seguendo il controllore nello spazio tra le due carrozze, vicino alle porte.
- Ora te ne stai qui, e alla prossima stazione scendi – gli ordina.

Dopo cinque minuti, il ragazzo ritorna nella carrozza deserta e si siede nel posto di prima, riprendendo in mano la rivista. Penso che, in fondo, i posti sono tutti liberi e non disturba nessuno, perché dovrebbe starsene un’ora in piedi? Beh, certo, non ha pagato i 60 euro che ho pagato io per quel privilegio.

Lo guardo e ripenso a quel che aveva detto: non ha i documenti, e se non ha i documenti c’è una sola possibilità, è clandestino. Se è clandestino verrà espulso, forse ha viaggiato per mesi per qualche deserto, investendo nel viaggio tutti i suoi soldi, ai posti di blocco africani i militari lo avranno ulteriormente derubato e magari picchiato, poi ha rischiato la vita su un barcone, è riuscito ad approdare sano e salvo, ha scroccato treni senza biglietto per giorni; e se sale sui treni senza biglietto sa che rischia di esser buttato giù alla prima stazione, questo significa che è disposto a dormire ovunque lo scarichino, lui solo col suo zaino, sperando nel prossimo treno per arrivare a Milano – e forse da lì verso qualche altro paese, o magari là lo aspettano degli amici o qualcuno che gli ha promesso uno pseudolavoro; e ora è molto vicino alla meta, dopo tutto questo tempo, c’è quasi arrivato, deve solo sperare che non lo prendano e non lo sbattano in un Cie a perdere gli ultimi pezzi di dignità, prima di essere spedito su un aereo verso il punto di partenza, come quando tiri male i dadi e cadi sul ritorna al via,

- Ah ma allora non ci siamo capiti, – ripassa il controllore – adesso tu vieni con me
dice al ragazzo, che in silenzio si alza, lo segue
e sparisce.

Chi ha paura del profitto?

Premesso che non ho ancora capito se e come votare il referendum sull’acqua, vorrei fare una riflessione su un tema che c’entra poco col referendum, ma è stato tirato in mezzo molto spesso: sui beni naturali e fondamentali per la vita, non si può fare profitto.

Su questa base, vi invito a vivere di sola aria, perché mi pare che sia l’unico bene necessario alla sopravvivenza attualmente gratuito. Il cibo, la casa e i vestiti, ad esempio, si pagano, e non a prezzi calmierati da “settore pubblico”, paghi pure il profitto di chi te li vende, e lo paghi profumatamente. Non mi pare che qualcuno si sia mai scagliato contro la Pomì perché il signor Pomì vuole guadagnarci, e farsi le vacanze a spese di tutti i mangiatori di passata di pomodoro. Forse, se non ci guadagnasse, la sua passata farebbe ancora più schifo perché non avrebbe incentivi per farla meglio degli altri.

Se vogliamo fare filosofia sul modello economico più Giusto e Vantaggioso per il Mondo, possiamo pure abbandonarci a simpatiche speculazioni su comunità solidali che vivono di gratuità, o su efficienti (…) Stati comunisti dove i beni fondamentali sarebbero garantiti a tutti. Quando diventerò Dio provvederò a riformare il pianeta in questa direzione, di certo molto affascinante. Nel frattempo, preferisco ragionare pragmaticamente chiedendomi come trarre il meglio (ed evitare il peggio) dal mondo reale che abbiamo attorno.

Posto che di questo mondo reale fa parte anche il profitto, cosa significa trarne il meglio?
Partiamo dal presupposto che la gente lavora, crea, innova sulla base di una motivazione. Sarebbe molto interessante rilevare in qualche modo il peso delle motivazioni morali, ideali o psicologiche, tuttora molto sottovalutate. Tuttavia sono fattori poco quantificabili e difficili da “manovrare” per spingere le persone in una direzione o in un’altra.
Molto più immediato e universale usare a questo scopo il profitto economico.

Non vedo niente di male a sfruttare il potere incentivante del profitto, a patto che esistano due condizioni:
1) Deve incentivare la qualità, ovvero essere vincolato all’offerta di un buon servizio. Se solo le gare d’appalto funzionassero…
2) Deve essere affiancato da uno stato sociale efficiente. Il Pomì me lo pago, ma, se proprio non posso, chiedo un sussidio o vado alla mensa dei poveri.

Rileggendo questo post, mi pare cosparso di banalità, che quasi tutti condividono senza nemmeno pensarci. Ma allora non mi spiego questo improvviso stracciarsi le vesti all’idea che qualcuno guadagni sull’acqua (ripeto, il discorso non si riferisce al merito dei quesiti referendari, ma all’uso spropositato di questa argomentazione a sostegno del Sì. Che magari si può sostenere comunque, ma per altri motivi). Anzi, mi pare già tanto che l’acqua non sia privata e non lo diventi mai (ribadisco, per i meno informati, che il referendum non è contro la privatizzazione “dell’acqua”, ma della gestione dei servizi idrici).
I campi di grano sono privati, gli allevamenti di animali sono privati, tutto quel che mangiamo è privato, a meno di non staccare bacche da un parco pubblico – e anche lì, non sono sicura che si possa fare. Forse questo non è giusto, ma allora prendetevela con le enclosures.

— Postilla referendaria riguardo a quanto (non) ho capito finora —

L’acqua è, e resterà, ancora pubblica. Il punto è solo capire se fa più inciuci il pubblico o il privato, chi garantirebbe più trasparenza e più investimenti sulle reti idriche. Non vedo niente di ideologico in questa valutazione, è meramente pratica. Per il momento, non ho individuato delle ragioni nettamente a favore dell’uno o dell’altro. Pare che a Milano il pubblico faccia faville a poco prezzo, e ad Agrigento faccia.. acqua da tutte le parti, spennando pure i cittadini. Mah.

E per quel 7% di profitto che sarebbe garantito alle imprese? Dicono serva a ripagare gli investimenti. Se gli investimenti li fa il pubblico, se li ripaga con le tasse, e ce ne accorgiamo poco; se li fa il privato, se li ripaga nella bolletta, con questo 7%. In entrambi i casi, non si capisce in che modo pubblico o privato sarebbero tenuti ad investire veramente. Il pubblico avrebbe l’incentivo di essere poi votato degli elettori, il privato quello di vincere la gara per aver offerto una qualità migliore. Ma le elezioni di solito sono decise da ben altro, e le gare in Italia si sa sempre chi le vince.

…Quindi?