Scelte

“Le strategie che mettiamo in atto sono una scelta, ma una scelta alle condizioni che ci sono note. E’ la migliore combinazione possibile di scelte e adattamenti che abbiamo scoperto, sulla base degli elementi dell’esperienza che abbiamo a disposizione. Ciascuno di noi, in realtà, scarta la situazioni di fallimento e imbocca altre strategie. [...]
Incontriamo, così, persone che piano piano vanno rinunciando ad alcuni percorsi immaginati, ad alcune mete desiderate, e riducono l’immagine del loro futuro.”

“Le persone senza dimora sono senza dimora, non hanno scelto di fare questa vita, si trovano a fare questa vita. Parlare di scelta significherebbe attribuire a loro e a noi delle capacità decisionali che loro non hanno e che secondo me nessuno possiede interamente, a meno che non si voglia aderire, in modo sciocco e acritico, alla immagine, francamente obsoleta, di un soggetto borghese autonomo, decisore e decisionista.”

(Rispettivamente, Luigi Gui e Giovanni Pieretti in Servizio sociale e povertà estreme)

A me pare che ci crediamo tutti molto liberi di prendere decisioni. Di applicarle, magari, non sempre; ma tutti sappiamo bene cosa vorremmo, e siamo convinti di averlo deciso con un buon grado di consapevolezza.
Certo, i più emotivi obietterebbero: “no, io invece sono confuso, non so cosa voglio fare della mia vita ora”. E i più deterministi: “non sono io a scegliere, è stata la mia storia, o la società, ad indurmi desideri e decisioni”. Obiezioni valide: per fortuna a volte cogliamo alcuni limiti della volontà.

Ma le frasi che ho citato mi hanno messo di fronte a un altro limite, molto più difficile da individuare, perché lavora sotto il livello di consapevolezza, e si traveste da libera volontà: la paura del fallimento.
Chissà quante volte mi sembra di sapere esattamente cosa voglio, cosa mi piace e cosa non mi piace, cosa è divertente e cosa è faticoso, e magari il quadro mi risulta così chiaro solo perché ho automaticamente escluso tutta un’altra serie di possibilità. Eliminate in quanto evocano un ricordo difficile, troppi tentativi falliti, frustrazioni che non vorrei affrontare un’altra volta. Ma camuffate da cose che non mi interessano, o che proprio detesto.
Vabbè, tutta ‘sta pappardella l’aveva poi già detta quello de la volpe e l’uva.

Una volta avevo un amico – devo avercelo ancora, da qualche parte – che non riusciva più a desiderare. Ora credo sia drogato di antidepressivi in qualche comunità, quindi “non riusciva più a desiderare” non va inteso come un’iperbole.
Un giorno mi raccontò il suo primo colloquio con un nuovo psichiatra. Il mio amico aveva descritto la sua totale assenza di stimoli, obiettivi, voglia di vivere. Lo psichiatra gli disse: “Ma finché lei è ricoperto di tutte queste paure, come crede che possano emergere i desideri?”

E come può emergere la nostra libertà?