Il bravo storpio – 1

“Ho imparato che gli storpi debbono stare attenti a non comportarsi in modo diverso da quello che gli altri si aspettano da loro. Prima di tutto, la gente si aspetta che lo storpio sia… storpio.”

E’ una citazione riportata da Goffman nel suo Stigma, un saggio pubblicato abbastanza tempo fa perché non fosse costretto a usare noiose perifrasi politically correct. Storpio è molto più divertente.

Non so se l’avete notato, ma con questa frase, forse, vi ho strappato un sorriso. Qualcuno starà pensando che chi parla di un handicap – di uno stigma – con tale leggerezza, beh, è a suo agio con la propria diversità, ha elaborato una strategia vincente per conviverci. E anche voi vi sentite più a vostro agio nel comunicare con uno “stigmatizzato” – per usare la terminologia del saggio citato – che mostra questa sicurezza. Vi sentireste peggio con un vittimista, o con uno che vi accusasse di mancanza di tatto.

Esiste, allora, una certa immagine “rassicurante” dello stigmatizzato. Goffman ne definisce alcuni tratti:

  • considera se stesso un essere umano come tutti, che ha solo qualche limitazione pratica;
  • si sforza di fare il massimo che la sua limitazione gli consenta; ma senza esagerazioni patetiche, per non sembrare uno che voglia negare i propri limiti;
  • non fa la vittima;
  • non si arrabbia se i normali si dimostrano superficiali o involontariamente offensivi, perché capisce che fanno così solo per ignoranza o imbarazzo. Quando succede, anzi, li rassicura, e gli spiega con calma come stanno le cose.

Sull’ultimo punto c’è qualcosa da aggiungere. Il bravo stigmatizzato, maturo e consapevole di sé, non solo è tollerante, ma si mette d’impegno per ridurre la tensione dei normali nel rapportarsi con lui. Lo fa attuando precise strategie, come scherzare sul suo stigma, o accettare l’aiuto offertogli anche quando è inutile, sapendo che questo gratifica il normale e lo mette più a suo agio.

Se lo stigmatizzato riesce a comportarsi secondo questi parametri – stabiliti dalla società – è probabile che sia, effettivamente, più accettato. Goffman non mette in dubbio che queste siano davvero strategie utili per vivere meglio. Può funzionare: far sentire meglio il normale fa sì che questi si relazioni più tranquillamente con lo stigmatizzato, il quale quindi sarà a sua volta a proprio agio.

Il primo punto interessante da notare, secondo me, è che finalmente queste strategie vengono considerate per quello che sono, ovvero un adattamento alle richieste della società. Non una dimostrazione di particolare saggezza, maturità o doti morali. Scrive un cieco:
“Il non credere che il desiderio di continuare a vivere possa scaturire da motivi molto banali è molto frequente, tanto che, come difesa contro di esso, si sviluppa automaticamente una razionalizzazione per spiegare il proprio comportamento. Si sviluppa una “filosofia”. Sembra che la gente insista sul fatto che tu hai una filosofia e scherzi quando dici di non averla. Così fai del tuo meglio per contentare gli estranei che incontri, che vogliono sapere cos’è che ti fa continuare.
Hai un’intuizione davvero insolita se riesci a renderti conto che la tua filosofia è raramente una tua creazione, ma in realtà un riflesso della concezione che il mondo ha della cecità.”

Il secondo punto interessante è che dietro l’apparenza del bravo storpio, felice e accettato, può nascondersi molto altro.

[...continua...]