Di aver sbagliato tutto – 2

Ho passato tutta la mattina con in fronte una specie di montatura da occhiali in fil di ferro sbilenco con un pallino argentato al centro, inclinando il collo davanti al monitor in maniera abbastanza ridicola. Dovevo imparare come funzionava quel cavolo di aggeggio per non fare qualche figura barbina con Angelo: quello si scoraggiava subito di fronte alle cose complicate, per cui dovevo spacciarlo per un gioco da ragazzi.
Sapevo che far teatro per anni mi sarebbe servito prima o poi.

Dopo averci preso la mano, non sembrava nemmeno così difficile. Mi sono allenata montando e smontando la webcam e il mouse col pulsantone abbastanza volte da saperlo fare con una nonchalance quasi credibile.
Poco prima delle quattro, sono scesa in reparto per andare da un altro paziente, sperando non mi facesse perdere troppo tempo – tanto Angelo è cronicamente in ritardo, che importa. Alle quattro e dieci ero di nuovo in sala informatica: Angelo c’era già.
Ma era al tavolone centrale e stava giocando a dama col suo sfidante preferito.
Calma. Inspira, espira. Si sarà dimenticato.

- Ehm. – mettiamola sul simpatico, dài. Sorridi. – Avevamo un appuntamento, no?
- Eheh.
Eheh cosa, testa di cazzo? Uhm, no, questo non si può dire.
- …il computer…
- Aah, già – ha risposto con un sorrisino falsamente innocente, rispostando gli occhi sulla scacchiera e ordinando a sua madre la mossa successiva. Il messaggio era inequivocabile: ho altro da fare.

Ho incenerito il suo sorrisino con lo sguardo più fulminante del mio repertorio.
Poi mi sono voltata in silenzio e sono uscita prima di dire cose sconvenienti – prima di arrabbiarmi perché non mi ha gratificato, prima di forzarlo a lasciarsi salvare, prima di fare esattamente come sua madre – ah, come la capivo – quando sbraita e lo imbocca a forza perché ha faticato tanto per cucinare – rendendomi conto in un attimo di aver sbagliato tutto.