Do’ vai? – 3

Non ricordo esattamente come ci siamo chiariti. Devo aver cominciato con una frase come “a te non interessa veramente il computer” e non so bene come ho concluso. In mezzo, qualcosa sul fatto che c’erano anche gli altri, io lavoravo lì per tutti e quindi non poteva pretendere che. Anzi, con loro passavo già più tempo che con chiunque altro, perché in fondo mi trovavo bene in loro compagnia.
Ho fatto molta attenzione ai plurali.

- A me piace parlare con te – ha detto lui, serio. – Sì, al di là che… – e con la mano ha scacciato qualcosa di fronte al viso – ma proprio parlare, parlo bene con te.

Così Vlad ha cominciato a parlare. Parlava la sera, nel periodo in cui Cesare stava male e non teneva banco, quando nella loro stanza si rimaneva a luce spenta e Dario si perdeva dietro la luce azzurrognola del portatile che teneva a letto, sul suo tavolino. Parlava sottovoce un italiano molto più fluente di quanto i suoi timidi monosillabi lasciassero supporre. Parlava, quasi sempre, di donne.
- Prima era facile. Trovavi una, le chiedevi, ci stava.
- Ci stava sempre?
- No, non sempre. A volte sì, a volte no.

Alzava le spalle, come fosse lo stesso.

Ho avuto la sensazione che per lui fosse lo stesso in modo diverso che per gli altri due. Dario non si era mai innamorato e gli pareva inconcepibile una storia oltre i due mesi. Cesare considerava le donne prede da vincere, e i no – se mai ne avesse presi – non li avrebbe mai raccontati.
Il rumeno sembrava seguire docilmente un copione scontato, senza fare domande allo sceneggiatore.

- Tu provi, se te la dà, bene, se no, pazienza… Provi un’altra! – sorrideva.

Gli ho chiesto se avesse sempre funzionato così, per lui.
Ha scosso la testa e mi ha mormorato una torbida storia di un anno, una ragazza del suo paese che lo tradiva col proprio patrigno – ma forse lui la obbligava, ho detto, cosa se ne fa una ventenne di un vecchio scassato – e perché allora non me lo diceva, ha risposto, – magari non poteva, era minacciata – mi ha fatto troppo male – ma ti cerca ancora? – mi ama ancora, ha detto, ma mi ha fatto troppo male.

Una sera l’ho vista, dentro un riquadro male illuminato di fotogrammi scattosi. Cercavano di comunicare via webcam, ma funzionava male; Vlad mi chiedeva di sistemarla. Vedevo che in chat si scrivevano qualche frase in rumeno. Non so cosa significassero, ma erano brevi: forse soltanto

- mi senti?
Non sento

– Capisci?

Non

capisco.

(- Non capivo, non capivo niente
è la stessa cosa che mi ha detto raccontandomi di quando – troppo piccolo, da bambino nel lettone di una donna troppo grande
- Non capivo, non capivo niente.)