La strada non presa

Forse dopo una certa età non si può più essere felici.
Felici in quel modo totale, pieno, completamente leggero,
di quando puoi soffermarti su ciò che ti circonda, anche a lungo, senza trovare mai
nulla, proprio nulla di preoccupante o perduto.
Puoi fare l’inventario degli amici, dei desideri, degli obiettivi raggiunti, dei cambiamenti,
dei ricordi, senza che nessuno di loro ti stringa lo stomaco. Tutto è a posto,
deve solo essere vissuto.

Forse un periodo così, semplicemente, non potrà più tornare. Si è affacciato per qualche breve periodo,
in passato, ed è stato fantastico.
Ma è finito. Sono di nuovo alle prese con le gobbe nel giardino – e io che pensavo di averle appiattite alla fine del liceo.
Ho fatto appena in tempo a dimenticare come gestirle, ed ecco spuntarne una nuova, enorme,
chissà quante volte dovrò passarci, prima di livellarla.

C’è qualcosa di consolante, in questo pensiero. Dà alla sofferenza una forma, una plasticità inevitabile e concreta. La trasforma da malattia, contro cui si lotta per guarire, a disabilità, con cui si impara a convivere. Ci resti vicino tutti i giorni, finché inizia a capitarti di dimenticarla.

E allora la felicità non è l’assenza di ragioni per deprimersi, è un barlume di distrazione.
Quando ci penso visualizzo sempre la faccia di un vecchio che sorride. Non so, mi rappresenta qualcuno che non è certo felice perché non veda dolore, ma perché, proprio avendone visto parecchio, si commuove sorpreso da una qualche bellezza che interrompe lo schifo.
Forse la felicità dopo i 24 anni è una felicità nonostante.

Mi ricorda un po’ il periodo post-violinista. La pensavo così anche allora, all’inizio. Mi sforzavo, ricolma di cattomoralismo, di vedere i fiori tra le pietre. Portavo con me la mia tristezza, tutti i giorni, e mi commuovevo per le piccole cose che la interrompevano. Andavo al parco dietro casa sua e mi consolavo con la bellezza di quei rachitici alberini – e della mia libertà. Sorridevo sospirando, e mi sentivo anche un po’ eroica, come se tornassi acciaccata da una dura battaglia.

Adesso non posso nemmeno fare la vittima, maledizione.

Non saprei a chi dare la colpa, se non alla fortuna di avere sempre più strade da scegliere
con l’obbligo implicito di abbandonare, ogni volta,
la strada non presa.

{ Leave a Reply ? }

  1. Tartufone

    Ma tutte le strade portano a Roma, le vie del Signore sono infinite, certe notti, poi, la strada non conta, e il viaggio finisce a queste prode. Un bel casino.

    Io so solo, nel turbine combinatorio delle possibilità, nel labirinto di sentieri che si biforcano alle nostre spalle, nell’inciampo progressivo delle gobbe, che la strada presa la faccio volentieri con te.