Gli chieda scusa

“Scusami se ti disturbo” esordisce la ragazza, “ho avuto il tuo numero da amici di amici che abbiamo in comune. Ho bisogno di una consulenza. Un consiglio per il mio fidanzato.”
Racconta che l’uomo con cui vive è tunisino. Ha un bel lavoro. Grafico in un’agenzia di pubblicità o qualcosa del genere. Dopo anni da clandestino, ha potuto chiedere il permesso di soggiorno. “Glielo dovrebbero consegnare a giorni” spiega la ragazza, “ma ha ricevuto una lettera di invito in questura. Deve presentarsi domani mattina. E’ normale?” [...]

L’ultima legge sull’immigrazione voluta dal governo di centrodestra è spietata. Perfino più crudele di quella precedente, con cui i due ministri ex comunisti avevano rispolverato gli zoo rinominandoli Centri di permanenza temporanea. [...] La domanda non è carina, però va fatta: “Il suo fidanzato ha precedenti penali?” “No” risponde lei. Lascia passare qualche istante. “Cioè no, una cosa ce l’ha” rivela. “Che cosa?” “Il furto di una maglietta ai grandi magazzini. E’ successo a Roma, più di dieci anni fa. Una cosa da ragazzi.” “L’hanno denunciato?” “L’hanno preso subito e condannato per direttissima. Due o tre mesi con la condizionale. La maglietta l’ha restituita, una roba da niente.” “Credo che il problema sia proprio la condanna per furto. Avete intenzione di sposarvi? Potrebbe essere una soluzione.” “No, non pensiamo di sposarci” spiega lei. “Allora al suo fidanzato restano due possibilità. Una è andare in questura e affrontare le conseguenze.” “E cioè?” “Finire rinchiuso nella gabbia di via Corelli, essere espulso in Tunisia e aspettare i dieci anni previsti dalla legge prima di chiedere un nuovo visto di ingresso in Italia…” “E’ pazzesco.” “L’altra è non presentarsi in questura e vivere non so fino a quando da clandestino. In questo caso, però, nella richiesta di permesso di soggiorno voi avevate scritto il vostro indirizzo?” “Sì, certo” conferma la ragazza. “Quindi dovrete cambiare casa. Perché se lui non si presenta in questura, la polizia appena può verrà sicuramente a cercarlo.” “Ma il mio fidanzato non ha ucciso nessuno. Ha rubato una maglietta tanti anni fa, non ha mai più commesso un solo reato. Non possono fargli perdere il lavoro per una sciocchezza del genere.” [...]

“E’ pazzesco” ripete. “Lo so che è pazzesco. E lo è ancor di più perché se il suo fidanzato rischia di dover lasciare l’Europa per il furto di una maglietta, la legge che stabilisce questo è stata approvata anche da parlamentari sotto inchiesta per mafia o per altri gravi reati. Ma non poteva che essere così. Basta sapere chi sono i due ministri che danno il nome alla legge sull’immigrazione. Uno è il capo di un partito xenofobo. L’altro è un ex camerata. Che cosa ci si poteva aspettare da loro? Né io, né lei, né il suo fidanzato possiamo fare nulla.” [...]
Lei nel frattempo ha detto qualcosa. Il tono sembrava interessante. Alla mente però è sfuggito il significato. “Ho detto che la xenofobia proprio non la sopporto” ripete lei, “ma quell’altro ministro a me piace. Io l’ho votato“.[...]

“Il loro programma contro gli immigrati era chiaro” le dice Bilal, “era scritto. Doveva conoscerlo. Vive con un clandestino, no? Doveva informarsi prima di andare a votare.” “Non è possibile che la legge sia così spietata” insiste lei: “Voi giornalisti dovreste fare…”. “Guardi” la interrompe Bilal, “è un’ora che ne stiamo parlando. L’unica cosa che posso fare è darle un consiglio. Vada subito da lui e gli chieda scusa. Gli dica che è colpa sua se sarà rimpatriato. Perché lei, quel giorno, ha votato per l’espulsione del suo fidanzato.” La ragazza non parla più. Si sente solamente il suo fastidioso respiro. Troppo vicino al microfono della cornetta. Bilal aspetta gentilmente. Fa un lungo sospiro. Chiude la telefonata.

(Fabrizio Gatti, Bilal, p. 388-390)