Arca – I parte

- Ma è questo il posto?
- Beh, credo di sì… è un’azienda…
…Perciò doveva essere normale parcheggiare in uno sterrato pozzangheroso, tra furgoni, casse e rotoli di filo elettrico. Un giovane in tuta è uscito da una specie di serranda aperta, ci ha guardati un attimo, poi s’è chinato sul suo lavoro, ignorandoci.
- Beh, suoniamo?
Al campanello non rispondeva nessuno. Dalla porta aperta sono venute fuori una bionda in camice bianco e una ragazza non più alta di un metro e mezzo, vagamente deforme – allora no, mi son detta, non ho sbagliato posto. Mio padre ha continuato a guardarsi attorno per un po’, poco convinto. Era assolutamente buffo e fuori luogo, un barbuto omino nero con cravatta e cappotto, sperso davanti a un capannone, a guardarsi intorno con aria smarrita. Dicono che gli uomini non vogliano chiedere informazioni a costo di perdersi nella tundra, perché è poco dignitoso per un maschio-dominante-predatore. Lui è meno virile di un dodicenne, ma i retaggi animaleschi li ha ancora tutti. 
- Ehi! Scusate, sono arrivati dei ragazzi, qui, per caso? – ho domandato, accennando alla bionda; ché l’altra non sapevo se capiva. Certo, anch’io ho i pregiudizi di tutti, che credete. Quella mi ha guardato stringendo gli occhi.
- %”&£@#* ?
- …EH? 
Ok, l’ho beccata straniera. Forse capiva meglio l’altra. Per fortuna, nel frattempo era uscito anche un nero riccioluto, più ferrato con l’italiano. M’ha detto che erano già dentro, e mi ha dato una mano a entrare. 
Ho intravisto il naso paterno affacciarsi dalla porta blaterando di venirmi a prendere; dopodiché mi sono tuffata anima e corpo in quel pianeta altro.

Stavano in maggior parte seduti al tavolone della cucina; qualcuno girovagava, altri affondavano nel divano; tutti si chiacchierava rumoreggiando un bel po’; ogni tanto una risata, una pacca sulla spalla. Pareva una festa. Alcuni di noi, che come me non c’erano mai stati, rimanevano da parte, restii a gettarsi nel mucchio di quell’umanità fuori dagli schemi. Io, non so perché, ma m’è piaciuto subito. Beh, quasi.
- Ciaaaao! – ha cantilenato una signora seduta vicino a me, in un tono strano; poi s’è voltata sulla sedia per porgermi la mano, con un sorriso storto. Gliel’ho stretta.
- Vieni anche tu a lavorare qui? – ha chiesto entusiasta.
Mi veniva da ridere; appena entrata m’avevano subito scambiato per una di loro, così, perché abbiamo scritte in faccia le nostre diversità. In qualche modo, per loro anch’io stavo da quell’altra parte.
- Ehm… no, cioè… beh, non mettiamo limiti alla provvidenza, chissà un giorno…!
Dai, se fallisco come letterata, un posto in una comunità per outcasts of society lo trovo.
Subito è venuto a salutarmi un ragazzone enorme, con le sopracciglia unite e la bocca semiaperta. Si è chinato dai suoi sette o otto metri per darmi due lentissimi bacetti sulle guance e dirmi un nome che purtroppo ho dimenticato. Dopodiché devo aver stretto qualche altra mano che non ricordo.
Un tizio basso e tozzo stava seduto in poltrona con un’espressione truce da avanzo di galera, senza dire una parola per tutto il tempo. L’ho osservato, ché pareva un po’ mio zio. A capotavola, un ragazzo alla Forrest Gump sfilava un coltello dalle mani del suo vicino spastico, redarguendolo. Intanto una zelante signora trottava avanti e indietro, emanando energia e parole a macchinetta; più tardi si sarebbe messa a dar lo straccio, per poi andarsene parlando da sola.
Di noialtri, qualcuno era frequentatore abituale e sapeva come muoversi. Giacomo si dondolava sulla sedia, mezzo abbracciato a uno dei dipendenti ch’era affetto da qualche sfiga imprecisata, e ci scherzava a gran voce. E’ una benedizione sociale, ’sto ragazzo; ti fa amicizia con niente, ha già tentato di ribaltarmi un paio di volte. Studia da educatore professionale, e sarà il suo giusto mestiere, io credo.
Il chitarrista gli stava seduto accanto, con un’espressione tra l’ebete e il vuoto. Mischino, magari è intelligente, ma bisogna che si sgaggi un po’; finché non parla, continuerò a credere che non abbia nulla da dire. 
Buffo, qualcuno potrebbe aver pensato lo stesso di me, a volte.

Ad un certo punto i dipendenti si sono alzati tutti, uscendo dalla cucina; fine della pausa, immagino. Stefanino l’educatore ha colto l’occasione per riunirci attorno al tavolo e raccontarci qualcosa di quello zoo meravigliosamente assurdo. 
Ho sentito storie disastrate, di quelle che sai che esistono ma finché non le vedi restano dietro la tv, dietro un imprecisato Male Nel Mondo. Poi quando le tocchi, le abbracci, ti c’incazzi dentro, acquistano un sapore amaro che se ne fotte della teodicea.
- Una cosa di cui ti rendi conto lavorando qui, – ha detto Stefanino, – è che piove sempre sul bagnato. E’ incredibile quanto certe persone raccolgano su di sé un insieme di disgrazie che si accumulano inesorabilmente. -
Una ragazza era stata mollata dal suo tipo, così, disperata, si è sparata in testa. Solo che la pistola è scivolata, ferendola soltanto; ora le manca un pezzo di cervello, non muove bene la parte sinistra del corpo, parla male e sragiona.
Un altro si innamora di dieci ragazze in una giornata; grida i suoi sentimenti e scrive cartelli a tutto spiano. Una volta s’innamorò di una musulmana della comunità, la quale avvertì il padre, e volarono minacce di morte.
Sul muro della cucina c’era, appeso, un cartellone natalizio, dove ognuno aveva lasciato una frase, un pensiero. Qualcuno aveva scritto: non credo al Natale. E’ lo stesso che, quando cercano di attaccare la sua foto fra le altre, la prende e la strappa. Anche detto Pessimista Cosmico.
- Qui la gente che arriva ne ha subite tante che, spesso, non s’azzarda a fidarsi degli altri. Così, ogni minimo segno di perplessità da parte nostra viene percepito come un tradimento, ed è difficilissimo creare rapporti. Un conto sono i semplici, vedete la Maria Rosa, spazza e chiacchiera in continuazione, ma alla fine che puoi farci, solo volergli bene. Gli altri invece ti fanno incazzare, perché sai che “potrebbero”; sono normali, loro, perciò provi a parlargli e aprire un dialogo, a dargli l’occasione di cambiare, ma tanto questi non ti ascoltano. E allora che fai, pure loro, tocca volergli bene e basta.