Ora spetta a loro – 2

- Eh, è stato anche troppo chiaro… – ha detto il padre del ragazzino, ondeggiando nel corridoio con vago imbarazzo.
Giacomo, un pallido nerd di sedici anni, era stato catapultato da pochi giorni in camera di Cesare, nel quarto letto. I suoi genitori erano una ligia coppietta di mezz’età e mielosa morale; la madre, in particolare, stava abbarbicata al figlio tutto il giorno, decisa a proteggerlo con unghie e denti dalla cattiveria del mondo. Una sera ho parlato con loro, in un momento in cui eravamo usciti dalla stanza per consentire ai ragazzi di spogliarsi.
Cesare aveva appena finito di spiegare, con aria pacifica e professionale, quant’era normale e per nulla vergognoso, andando con una donna, dirle che si va un momento in bagno e somministrarsi un apposito medicinale che garantisce l’erezione ai paraplegici. Io commentavo col padre di Giacomo quanto fosse salutare per suo figlio avere qualcuno che desse informazioni e speranza.
Lui non era molto convinto.

[…]

Tra le parentesi quadre c’è una storia che non va raccontata, ma è la più semplice e antica del mondo. L’ho saputa a strati, sfogliando progressivamente i livelli di mezze verità che Cesare mi concedeva ogni volta.

Un giorno l’ho trovato a letto, come spesso capita quando sta male. Ma quella volta non era steso soltanto dai dolori all’intestino; era nero e taciturno. Ho dovuto insistere per farmi spiegare.
- E’ venuto il primario – ha raccontato, serio. Il primario è generalmente introvabile, e se va addirittura a cercare qualcuno in camera significa che il caso è grave. – Ha voluto che parlassimo a quattr’occhi. Ha detto che sono un cattivo esempio.

Cesare sembrava pugnalato dentro. Mentre parlava, trasformava progressivamente la rabbia in rassegnazione cupa, come chi è deluso amaramente da improvviso tradimento.
Mi sono sentita immediatamente solidale. Avrei voluto prendere chi lo accusava di essere un cattivo esempio e portarlo a stare lì, con me in quella stanza, tutte le sere, a vedere quell’uomo che fatica anche a sedersi ma si trascina lo stesso a prendere un caffè per far contento Vlad o rassicura Dario che ha ancora paura di cadere passando dal letto alla carrozzina dicendogli che è stato bravo a fare il passaggio, o gli spiega come si prendono le cose in alto nell’armadio quando lui lamenta ch’è impossibile, o gli ricorda di mettersi il catetere nello zaino se esce o lo avverte che sarà difficile dimenticare il motocross ma ci riuscirà o si sforza di non far vedere quando si contorce dal male perché loro non devono credere che è così per tutti lui è stato particolarmente sfortunato ma loro devono sapere che si vive si vive si vive la propria favola fino in fondo.

[...continua...]

{ Leave a Reply ? }

  1. Giulio Iovine

    ma una persona non potrebbe provare angoscia e invidia (e non speranza) davanti a uno che vive la propria favola in maniera del tutto diversa dalla sua, e che più che spingere all’adattamento spinge al SUO tipo di adattamento alla nuova vita?

  2. toppe

    obiezione molto molto interessante…