Ci vediamo nel tuo disegno – 4

- Vengo anch’io a salutare Giorgia – mi ha detto Federico quella sera, mentre chiudevamo la sala informatica.
- Allora vacci prima. Oppure vieni con me, ma poi va’ via prima di me
- Perché?
- Vorrei salutarla da sola.
Sapevo che da sola voleva dire comunque insieme a tre o quattro parenti, se andava bene. Non sapevo nemmeno cosa avessi esattamente da dirle, anzi, sapevo che non le avrei detto granché. Ma forse avrei pensato e lei mi avrebbe sentito.

Quando sono scesa in camera sua l’ho trovata nella stanza a fianco, mentre offriva pasticcini agli altri pazienti. Ho aspettato che finisse il giro e quando sono tornata l’avevano già messa a letto.
- Allora, prendi quel foglietto e scrivi – ha elencato sulle dita – indirizzo, cellulare, mail…
- Ok, ok… – ho annuito prendendo la penna.
- E poi metti: P.S. …
- P. S. cosa? Ti devo fare la dedica?
- Certo
- Oddio, così su due piedi – ho riso di difficoltà – …io ti scriverei una lettera, non una frase!

Mentre meditavo sulla dedica è iniziata la processione di tutti quelli che volevano salutarla.
- Di me non ti ricordi vero? – le ha detto una tizia sui trent’anni, dalle mani grosse poggiate sulla spondina del letto. – Ma tuo marito sì… ero all’ospedale a Bologna mentre ti operavano – (cioè mentre le procuravano per sbaglio una lesione midollare) – in sala d’attesa con tuo marito… c’era anche mio padre sotto i ferri. Ovviamente io ero più tranquilla – ha raccontato, con un sorriso da parte a parte – insomma, sapevo che mio padre non era grave, sarebbe uscito di lì e tornato a casa a breve…

In quel momento devo aver sentito un violino dell’orchestra cosmica stonare stridendo come un gessetto sulla lavagna.
Una volta lessi in un libro di Pontiggia che nel dolore si fa a gara, rinfacciando agli altri la propria briciola di fortuna per sentirsi un po’ meno disperati.

[..continua..]