Andarsene

è una sfida.

A se stessi, per vedere se si è capaci. Se finalmente la dignità zitta zitta ha risalito il posto che era della nostalgia, del bisogno a ogni costo, della dipendenza. Se la constatazione – di un’insufficienza, un masochismo, una patologia della relazione – deve ancora mentirsi allo specchio, o può senza patemi condurre a schiette, naturali conseguenze.

Ma soprattutto agli altri. Perché alla fine ci si volta indietro – decretando la sconfitta nella sfida con se stessi – in cerca di qualcuno ostinato ad inseguire, deciso con i fatti a dimostrarci in torto.

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  1. Davjdek

    Non voltarti indietro. Non ne vale la pena. Se chi dovrebbe inseguire non è capace di raggiungerti, mettersi di fronte a te e guardarti negli occhi, guardare indietro serve solo a rinnovare le tue dipendenze. Sacrificare la dignità sull’altare del bisogno produce sofferenza inutile e nociva. Se ne sei convinta la tua sfida non potrai che vincerla. In bocca al lupo!

  2. giulio iovine

    ila, ma c’entra con me? per curiosità, eh.

  3. toppe

    Il mondo è proprio ingiusto. L’unica persona che coglie un riferimento è esattamente l’unica da cui non me ne andrei mai, perché sarei sicura di averla dietro senza bisogno di voltarmi :)

  4. giulio iovine

    io dicevo se tu pensi che io debba andarmene da qualcuno.

  5. toppe

    …o.O
    Sì, devi andartene dalle tue personalità schizofreniche.

  6. Davjdek

    Una curiosa coincidenza. Pensavo oggi al tuo post, e alla doppia valenza dell’inseguire nel tentativo di raggiungere e del seguire per offrire protezione. E stasera ho trovato queste parole nel libro che stavo leggendo (La ferita dei non amati, di P. Schellenbaum): “Anche il terapeuta non è una guida che precede, ma ‘conduce seguendo’. Poiché qualcuno cammina dietro di noi, la solitudine diventa libertà e i terreni inquinati dall’antica mancanza di amore sono nuovamente percorribili”. Anche tu condurrai seguendo l’uomo che un giorno deciderà di lasciarsi guidare da te. Buon cammino!