Monthly Archives: aprile 2009

Non sono i 150

(per ora) morti che mi preoccupano.

Ma tutti gli altri.

Qualcosa mi dice che, tempo uno o due mesi, l’ospedale dove lavoro pullulerà di accenti abruzzesi.

[Matteo l'educatore girava inquieto, attaccato al cellulare, stamattina. E' anche un volontario di protezione civile e, come prevedeva, è stato richiamato. Entro un'ora sarebbe partito per l'Abruzzo.
- Mi dispiace per la gara di mio figlio - ha detto, mentre rassettava le ultime cose in ufficio. - E' la sua prima gara e gli avevo promesso di esserci...
- Sei pronto? - gli ho chiesto. Sentivo che c'era spazio per due chiacchiere, per quanto fosse indaffarato. Lui si è fermato un momento.
- No.
Non tanto per quel che avrebbe dovuto fare, diceva, ma per le diatribe da affrontare. Mi ha spiegato dei piccoli giochi di potere con cui si trastullano i capetti mentre qualcun altro muore o scava.
- E poi sai - ha aggiunto, aggrottando la fronte - andando a stare là... certo, siamo sistemati in posti sicuri, finché stai in una tenda... però... quando sono andato in Puglia e mi mandavano ad installare le centrali operative dei soccorsi in qualche edificio, sai com'è... facevo più in fretta che potevo e uscivo!

Poco dopo ci ha salutati e il suo giubbetto rosso è sparito dietro le scale. In bocca al lupo.]

Ci vediamo nel tuo disegno – 4

- Vengo anch’io a salutare Giorgia – mi ha detto Federico quella sera, mentre chiudevamo la sala informatica.
- Allora vacci prima. Oppure vieni con me, ma poi va’ via prima di me
- Perché?
- Vorrei salutarla da sola.
Sapevo che da sola voleva dire comunque insieme a tre o quattro parenti, se andava bene. Non sapevo nemmeno cosa avessi esattamente da dirle, anzi, sapevo che non le avrei detto granché. Ma forse avrei pensato e lei mi avrebbe sentito.

Quando sono scesa in camera sua l’ho trovata nella stanza a fianco, mentre offriva pasticcini agli altri pazienti. Ho aspettato che finisse il giro e quando sono tornata l’avevano già messa a letto.
- Allora, prendi quel foglietto e scrivi – ha elencato sulle dita – indirizzo, cellulare, mail…
- Ok, ok… – ho annuito prendendo la penna.
- E poi metti: P.S. …
- P. S. cosa? Ti devo fare la dedica?
- Certo
- Oddio, così su due piedi – ho riso di difficoltà – …io ti scriverei una lettera, non una frase!

Mentre meditavo sulla dedica è iniziata la processione di tutti quelli che volevano salutarla.
- Di me non ti ricordi vero? – le ha detto una tizia sui trent’anni, dalle mani grosse poggiate sulla spondina del letto. – Ma tuo marito sì… ero all’ospedale a Bologna mentre ti operavano – (cioè mentre le procuravano per sbaglio una lesione midollare) – in sala d’attesa con tuo marito… c’era anche mio padre sotto i ferri. Ovviamente io ero più tranquilla – ha raccontato, con un sorriso da parte a parte – insomma, sapevo che mio padre non era grave, sarebbe uscito di lì e tornato a casa a breve…

In quel momento devo aver sentito un violino dell’orchestra cosmica stonare stridendo come un gessetto sulla lavagna.
Una volta lessi in un libro di Pontiggia che nel dolore si fa a gara, rinfacciando agli altri la propria briciola di fortuna per sentirsi un po’ meno disperati.

[..continua..]

Ci vediamo nel tuo disegno – 3

- Vorrei entrare in questo disegno – le ho detto, mentre la sabbia diventava ocra. – Devo senz’altro venirti a trovare.
- …Attenta – mi ha risposto – guarda che ora sei prigioniera delle parole
- Cioè?
- Eh, finché le parole restano dentro di te puoi farci quello che ti pare. Ma quando escono, ne sei responsabile. Diventa una promessa
- Allora sono contenta – ho sorriso, indicando il disegno – non è male come prigione, no?
Percepivo che Giorgia si fidava il giusto. Si fa sempre questo genere di promesse, quando ci si separa. Ma lei non sa che ho un rapporto speciale con le separazioni e una manciata di traumi da abbandono e promesse non mantenute. Per ristabilire l’equilibrio della giustizia universale, prima o poi dovrò prendermi un paio di mesi sabbatici e fare il giro d’Italia, andando a trovare tutti i pazienti.

Più tardi Federico, il mio collega serviziocivilista, le ha messo in braccio un bambino che gironzolava in sala informatica. Lei se lo spupazzava tutta contenta.
In quel preciso momento, in biblioteca tenevano un incontro su Sessualità e Procreazione nei mielolesi. Il marito c’è andato, lei non ha voluto. Mentre la guardavo, mi chiedevo come mai una coppia alla soglia dei cinquanta non avesse figli. Forse non potevano. Forse non avevano voluto e ora lei abbracciava un rimpianto.

Giorgia ha alzato la testa dal bambino e mi ha guardato.
- Tu e quei due occhioni che capiscono tutto… – ha detto, con un sorriso complice.

Mi aveva sentito pensare?

[..continua..]

Ci vediamo nel tuo disegno – 2

- Ti serve una mano per disegnare?
- Sììì! – ha risposto entusiasta, e il suo entusiasmo mi ha un po’ sollevato. Non volevo che tornasse a casa avendocela con me.

Dopo un po’ che le tenevo fermo il foglio mi si era annoiata la mano.
- Forse se lo infilo negli angoli dell’album sta fermo lo stesso, che dici?
- No – ha risposto decisa. – Certo, se ti sei stancata…
- No no, lo dicevo per la tua autonomia.
- Io non voglio essere autonoma. Io sono paracappata.
Paracappato è l’amaro neologismo inventato da un altro paziente fondendo paraplegico e handicappato. Non mi è sembrato il caso di sottolineare che lei, casomai, era tetracappata. E nemmeno che doveva cercare di essere autonoma e bla bla bla.
Giorgia, semplicemente, voleva che in quel momento io le tenessi il foglio e che stessi con lei. Era un modo per salutarsi.

- Prendi il blu – mi ha detto, porgendomi la mano destra. Le ho infilato la matita tra l’elastico e l’indice tentando di non infilzarla. Ha colorato le tegole di una casa a picco sul mare. Stromboli fumava nella parte alta del foglio.
- Sai, da noi in Calabria ci sono case così vicine al mare che la gente pesca dal balcone – ha raccontato. – Si capisce che questo è un balcone?
Mi ha fatto colorare le sfumature precise e i tratti molto premuti, che lei non riusciva a fare. Disegnava linee tremolanti e sfuggiva dai contorni, ma anche nell’irregolarità del tratto s’indovinava una sicurezza esperta. Giorgia disegnava e dipingeva spesso, prima.
Mi ha chiesto di cancellare l’unica linea dritta, che aveva fatto col righello.
- Tanto non c’è niente di così dritto, al mio paese…

- Giorgia, scendiamo a mangiare? – l’ha chiamata la madre.
- No, non vengo giù stasera – ha risposto, senza spostare gli occhi dal foglio. – Mangerò un panino. Resto qui a disegnare. Di che colore la facciamo la spiaggia?
- Ah, se non lo sai tu! – le ho detto, guardando gli ombrelloni bianchi. Speravo che volesse finire il disegno in tempo per regalarmelo. L’avrei appeso in camera per ricordarmela sempre.

- Uffa, se ne stanno andando tutti quelli a cui mi ero affezionata… ora a chi scroccherò la cena?! – ho riso, circondandola con un braccio. Lei non ha risposto e non mi ha guardato, mentre le tremava il labbro.

[...continua...]