Monthly Archives: aprile 2008

Chissà se riproverò.

Dopo un fortuito reincontro, l’altro giorno 

Le tue apparizioni furono per molti anni
rare e impreviste, non certo da te volute.

mi è venuta voglia di richiamarti; giusto per rivedersi una volta, e raccontarci dopo tanto tempo

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

ma avevi il telefono spento

e ora che non ci sei 

così, invece di passare a prenderti, ho infilato una porta appena prima che chiudesse, finendo a una stipata lezione sul Montale d’amore

a chiedermi che posto tu hai avuto
in quella mia stagione

ripassandomi un po’ di citazioni – buffo, tempo fa

non l’oblio ma una punta che feriva
quasi a sangue.

te le avrei cucite addosso tanto bene

è il vuoto ad ogni gradino

Ma adesso importa poco: ricordare, da preghiera

non far del grande suo viso in ascolto

è diventato rito, curioso appena

e mi chiesi se questo che mi chiude
ogni senso di te, schermo d’immagini,
ha i segni della morte o dal passato
è in esso, ma distorto e fatto labile,
un tuo barbaglio

di aggiornare la tua fotografia

nel puro cerchio un’immagine ride

con qualche tratto nuovo, una notizia, almeno una didascalia.

[Annetta; Ho sceso, dandoti il braccio; Non recidere, forbice, quel volto; La speranza di pure rivederti; Cigola la carrucola nel pozzo]

Il fatto di aver vissuto

- normalmente disperso, in un’epoca sbiadita, interrotta da macchie di colore toppe ombre grida e buchi, nella terra di nessuno tra ricordo e immaginazione (tanto che qualcuno prima o poi potrebbe dirti: non è vero, è solo nella testa) -

a tratti rivendica la sua esistenza 
come quando, sfogliando per caso un periodico locale, sotto un trafiletto di opinione sul nascente PD, salta agli occhi

S. Milani, 70 anni, pensionata

e ti ricordi che andò in pensione proprio dopo aver lasciato la tua classe – la stronza, poteva farlo prima – e che tu, anzi no, una che ti somigliava – poco (?) - avrebbe dovuto l’ultimo giorno lasciarle scritto qualcosa, forse un’autobiografia disperata, forse un tardivo cahier de doleances, o l’elenco delle cose del mondo che lei, povera vecchia, non aveva capito, mentre tu, anzi l’altra, la piccola saccente Briony, sapeva perfettamente.

Verrà un giorno – diceva fra sé Briony, e l’avrebbe detto puntando il dito alla fra Cristoforo, se solo avesse saputo chi fosse – verrà il giorno in cui ci rivedremo, e io ti sbatterò in faccia quello che sono diventata, dopo di te, nonostante te, e *mendicherai* scuse, e *ammetterai* mancanze. Tornerò – programmava Briony – quando il magone che sale in gola sarà cosa da bambini, e potrò guardarti in faccia senza che l’immagine si faccia liquida; allora ti elencherò le semplici leggi sul Perfetto Professore, con la placida fermezza di chi ha una ragione incontrovertibile, e ti presenterò il conto dei danni esistenziali. La tua sottomissione – fantasticava Briony – sarà plateale, sgranerai gli occhi biascicando "…non pensavo…", e commossa chiederai perdono.

Naturalmente non l’ho più rivista.
Non sono mai riuscita a rintracciarla; dicevano che finiti gli esami fosse partita, forse per l’India.
Ho una vaga immagine di quell’ultimo giorno nel cortile della scuola media. Non ricordo più con esattezza perché la odiassi, e, fondamentalmente, non m’importa nulla.

[Però ci prenderei un tè volentieri, un giorno, se sfogliando per caso le nostre esistenze ci capitasse di fermarci sullo stesso trafiletto]